La crepa (Meligrana Editore, 2019) – Materiali e video

Raccolgo qui, per comodità, gli articoli apparsi su questo sito e collegati al libro.

Il nuovo booktrailer:

Presentazione del libro: http://scrittureeracconti.com/2020/06/02/presentazione-del-romanzo-la-crepa-meligrana-editore-2019/

Estratti: http://scrittureeracconti.com/2020/06/04/due-estratti-dal-romanzo-la-crepa-meligrana-editore-2019/

Alcuni temi del libro: la città di Norimberga; il film Metropolis di Fritz Lang.

Parlare di malattia mentale – Perché dire: ‘Il dolore ti ha reso più forte’, è un’idiozia

Lo so. È estate, fa caldo, tutti volete andare al mare e fingere che ogni cosa vada bene, dimenticandovi di tutto e di tutti. Ciononostante, i disturbi mentali e le loro nefaste conseguenze non si esauriscono con l’estate o facendo un giro (magari bellissimo e rilassante) al mare. Adelante, dunque!

Photo by Kat Jayne on Pexels.com

“Questa esperienza drammatica ti ha reso più forte.”

“Se non avessi sperimentato tutto quel dolore, non avresti mai scritto un libro.”

“Senza quel trauma non saresti la persona consapevole che sei oggi.”

Quante volte queste frasi (o frasi con parole diverse ma uguale significato) echeggiano nelle orecchie, e soprattutto nelle menti, di tante persone che vivono, o hanno vissuto nel passato, immerse in gravi problemi mentali? Ve lo dico io: molte, a volte moltissime. Frasi, o interi discorsi, che veicolano quel tipo di contenuto sono decisamente frequenti. Forse vengono pronunciate in buonafede, anche se non sempre. Il punto, però, è un altro. Il punto è che, buonafede o no, esse rappresentano un errore e aumentano il dolore già vissuto da chi ha qualche disturbo mentale che gli ha rosicato via un pezzo importante di vita. Credo sia importante che, ad un certo punto, qualcuno si preoccupi di esprimere chiaro e tondo un semplice concetto: smettetela di dire cose del genere a chi, dopo aver manifestato e sperimentato problemi di disagio o vero e proprio dolore mentale, ha trovato il modo di superarli e ricostruirsi, pian piano, una vita. Smettetela, se non altro per rispetto verso queste persone e verso il loro viaggio da incubo nella solitudine siderale della malattia mentale.

Ma perché, qualcuno si domanderà, sono frasi tanto sbagliate? Cercherò di spiegarlo con la migliore chiarezza che mi riesce di trovare. Lo farò anche sulla base della mia esperienza personale, giacché ho sofferto di gravi disturbi mentali e queste frasi (o frasi simili) le ho sentite anch’io. Concetti simili a quelli che andrò ad esporre li potreste leggere o sentire su risorse in lingua inglese dedicate alla malattia mentale e alla depressione, ad esempio, ma non in quelle italiane, pressoché inesistenti.

Partiamo, dunque! Adelante!

L’ho scritto nella pagina dei ringraziamenti, nel mio ultimo libro. I demoni non si ringraziano. Mai. Preferirei milioni di volte non aver scritto una riga dei miei libri, ma essere stato bene mentalmente. Preferirei milioni di volte non aver mai iniziato a scrivere, ma essere stato libero da traumi, depressione, pensieri ossessivi, pensieri suicidi e tentativi di comunicare l’incomunicabile a chi mi stava intorno. Spero che, detto così, sia chiaro una volta per tutte.

Ne consegue che: no, tutto ciò non mi ha reso più forte; non mi ha reso una persona migliore; non mi ha dato una consapevolezza impossibile da raggiungere in altri modi.

E ancora: no, non avevo bisogno di tutto questo. Avevo bisogno di stare bene; di non essere traumatizzato da ciò che altre persone mi hanno fatto; di non vivere un dolore tale da voler morire pur di farlo smettere; di trovare qualcuno che ascoltasse ciò che avevo da dire, senza voler per forza giudicare o proporre soluzioni; di avere un posto sicuro dove poter parlare; di non vedere continuamente invalidate e squalificate le mie emozioni. Di questo avevo bisogno, non di un trauma, di giudizio, di squalifica e di un’esperienza che mi ha regalato anni di sofferenza della quale, a tutt’oggi, nessuno vuole sentir parlare.

Quindi, lo ripeto: no, non mi ha reso più forte, migliore o qualsiasi altra cosa. Chi sostiene che il dolore, anche il peggior dolore, sia necessario per donare non si sa quale eccezionale livello di consapevolezza e profondità umana, manca il punto. Il punto è: un bambino ha bisogno di vivere un’infanzia in un ambiente sicuro e protetto, non di sperimentare un trauma che gli rovinerà i successivi trent’anni di vita ma che, magicamente, poi gli consegnerà un nuovo se stesso, una persona migliore e più forte. Un ragazzo o un uomo hanno bisogno di vivere una vita il più possibile serena e tranquilla, magari in un ambiente nel quale sentirsi compresi e valorizzati, non di vivere anni nel dolore, al punto da volersi uccidere per non essere stati compresi nel momento più critico. Una persona qualunque ha bisogno di sentirsi dire: “Va bene, prova a farmi capire. Poi vedremo insieme se ci può essere una soluzione”, e non (a solo titolo di esempio): “Ti ho lasciato parlare soltanto perché non avessi più niente da dirmi.”

Lo ripeto per l’ennesima volta: tutto ciò che ho detto sopra, non mi ha reso più forte. Non è vero che tutto ciò che non ti uccide ti rinforza. Queste sono solo frasi vuote, usate per darsi un contegno di fronte a un mondo che vuole rimuovere dal proprio orizzonte la sofferenza e la morte. Queste sono frasi adatte a sminuire e a squalificare il dolore vissuto, magari per lunghi anni e in silenzio, da tante persone. È come dire: taci, di cosa ti lamenti, se tanto ora sei più forte, consapevole e migliore che mai?

Anzi, questo modo di esprimersi sembra sottintendere che dovresti ringraziare chi ti ha fatto tanto del male, altrimenti non avresti mai pubblicato un libro; altrimenti non avresti mai raggiunto questo livello di comprensione. Ovvi esempi di frasario con significato simile, possono essere: tutto accade per un motivo; se hai conosciuto quella determinata persona che ti ha fatto tanto male, è stato per poi renderti così forte; senza quel trauma nel tuo lontano passato di bambino, non sapresti ciò che sai oggi. Come se, per giungere ad un livello accettabile di profondità umana, fossero necessari traumi e incontri con persone desiderose di farci del male. Questo è un modo balordo e insensato di affrontare il mondo e, nello specifico, le persone che hanno avuto esperienze di malattia mentale.

Sappiatelo: ogni volta che dite a qualcuno frasi simili, gli provocate un gran dolore perché, così parlando, squalificate (per l’ennesima volta) il dolore che quella persona ha vissuto e che, con ogni probabilità, è arrivato vicino a rovinargli irrimediabilmente la vita.

Perché, invece, non dire qualcosa come: hai vissuto un gran dolore, ma sono contento che ora tu stia meglio? Oppure: se hai bisogno di condividere ricordi o sensazioni del tuo passato di dolore, fallo pure, se ciò ti aiuta ad alleggerirne il peso e a continuare a stare meglio. O ancora: il dolore profondo che hai vissuto non fa di te una persona peggiore; rende una persona peggiore solamente chi ti ha maltrattato. And so on…

Forse ora, almeno spero, il punto sarà un po’ più chiaro: non invalidare in nessun modo il dolore vissuto da qualcuno e non sottintendere che quel dolore era necessario per raggiungere fantomatici livelli di consapevolezza umana, impossibili da ottenere senza traumi e abusi. Se state pensando qualcosa del genere: dovrebbe ringraziare per tutto ciò che ha, invece, di raccontare quanto ha sofferto in quella o quell’altra occasione del passato, cominciate a modificare il vostro paradigma di osservazione del mondo. Cominciate, ad esempio, a dire: forse dovrei aiutarlo a esprimersi più liberamente, così sentirebbe che qualcuno lo ascolta con serietà e, forse, avrebbe un peso in meno. Cominciate a dire: sebbene non sia necessario, o sano, indulgere nella rievocazione del passato, è necessario, e sano, rielaborarlo, tenerne conto e, anche, parlarne per evitare che esso ritorni a colpire e a creare nuovo dolore, non solo a chi già l’ha sperimentato sulla propria pelle per anni, ma anche a chi circonda questa persona.

Delirium. Cronaca di un’ossessione – Video lettura e materiali

Sono qui raccolti i vari materiali riguardanti il mio ultimo libro Delirium. Cronaca di un’ossessione (Meligrana Editore, 2021).

Innanzitutto una video lettura di un breve estratto, realizzata dall’attrice Sara Corsini:

L’attrice Sara Corsini legge un estratto da Delirium

Presentazione del libro: http://scrittureeracconti.com/2021/02/17/delirium-cronaca-di-unossessione/

Breve video presentazione:

Intervista in cui parlo di Delirium. Si tratta di un’intervista doppia, in cui è presente anche lo scrittore Bruno Balloni che parla del suo ultimo libro. A cura di Valentina Bobbo di Libreria Ribelle.

Appunti cosmici e note al margine dell’Universo

Immagine realizzata da Roberto Ziche e tratta dalla pagina Facebook Passione Astronomia

Questa immagine (tratta dalla pagina di divulgazione scientifica Passione Astronomia su Facebook) forse non sarà precisissima per quanto riguarda la scala, ma rende perfettamente l’idea delle dimensioni del pianeta che noi chiamiamo Terra. Nell’immagine vediamo il Sole sullo sfondo. Poi, in primo piano, da sinistra a destra: Mercurio, Venere, Terra e Luna, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno. Infine i pianeti nani: Plutone, Haumea, Makemake, Eris. La Terra, come si può notare, è solo un puntino microscopico e quasi invisibile all’interno del Sistema Solare. Se, poi, volessimo ingrandire la prospettiva, la Terra scomparirebbe del tutto e neanche ci si accorgerebbe della sua esistenza.

In sostanza, si può dire tranquillamente e senza timore di esagerare, che la Terra e la vita (in particolare quella umana) sono fenomeni di nessuna importanza, a livello universale. Un granello di polvere in uno spazio del quale è impossibile misurare la dimensione. Un granello di polvere destinato ad essere inglobato nel Sole, un giorno. Questo lo dice la scienza, non lo dice il solito scrittore con una fervida immaginazione. Nel mezzo di questo discorso, però, si frappone la superbia umana. Una caratteristica che mai nessuna altra specie riuscirà ad eguagliare, probabilmente e sperabilmente. La superbia di chi si crede non solo il centro del proprio pianeta, ma dell’intero universo. La superbia di chi, questo pianeta, lo distrugge senza remore, portando avanti le sacre leggi del capitalismo ad ogni costo. Imprecando contro Marx ed Engels, certo, perché la rivendicazione della propria ignoranza è una caratteristica saliente dell’essere umano lanciato verso l’autodistruzione. Vite buttate per compiere lavori degradanti e che nessuno farebbe mai, solo perché bisogna ‘guadagnarsi il pane’ mentre il destino della Terra è già scritto. Mentre, in sostanza, il granello di polvere risulta già essere una dimensione troppo grande per misurare la grandezza della Terra in rapporto all’Universo.

Quante vite sprecate, quante giornate gettate al vento tra mille impegni inderogabili con i quali molti si tengono occupati, pur di sbattere in faccia al primo che passa per strada la propria importanza. Un’importanza che, non c’è bisogno di sottolinearlo, va continuamente rinforzata e aumentata di grado. Soprattutto quando è un’importanza fittizia e autoproclamata. Ho mille impegni fondamentali, non ho tempo per parlare con te o per scriverti qualcosa e non m’importa se basterebbe un asteroide per spazzare via tutti gli umani in un colpo solo; non importa se il mio destino è già stabilito: la tomba per me e l’incendio apocalittico per la Terra intera. No. Non importa. I miei impegni inderogabili non si toccano. Parlare, avviare autentici contatti umani, mai. Leggere un libro e interessarmi di qualcosa di diverso da me stesso, mai. No, certo, perché ci sono i mille impegni che mi conferiscono importanza. Non sia mai che, per una volta, io sia in grado di spezzare il circolo magico di ignoranza, malafede e alterigia tipico degli esseri umani. Lungi da me questa possibilità! Vade retro, Satana!

Il nulla, dunque. Ecco cosa caratterizza la vita umana, il più delle volte. Arrabattarsi per guadagnare tre soldi con i quali mantenere in piedi una baracca traballante, mentre nemmeno si sa cosa accade nella vita e nella testa di chi ci sta intorno. Sofferenze isolate, ecco cosa sono gli umani. Sofferenze che, il più delle volte, non si possono nemmeno esprimere ad alta voce perché, altrimenti, chissà cosa potrebbero pensare o dire gli altri. E così, si tace. Si soffre in silenzio, sperando di essere in grado di guarire da soli le proprie ferite. Si scrivono libri mai letti da alcuno, per esprimere l’inesprimibile al quale nessuno è interessato, se non hai un marchio alle spalle che ti spinga avanti. Il tutto mentre la Terra procede inesorabilmente verso il suo appuntamento col Sole, tra qualche milione di anni. Viene da dire, riflettendo sull’immensità delle bellezze del patrimonio artistico mondiale e sulle meraviglie della Natura, che forse, a conti fatti, è un bene se la Terra sarà inglobata nel Sole, bruciando in un fuoco finalmente purificatore. Purificatore perché farà sparire, una volta per tutte, la specie umana con la sua brama di autodistruzione e di accanirsi a fare del male ai propri simili in qualsiasi circostanza. Noi umani non esistiamo nemmeno, a livello cosmico, tanto siamo minuscoli ed insignificanti, ma sarà forse un bene quando scompariremo per sempre, quando l’ultimo uomo sarà estinto. Finalmente non vi sarà più traccia di una specie che, pur potendo dedicarsi alla contemplazione delle meraviglie di cui il mondo è pieno, pur potendo cooperare per ottenere una vita buona per tutti, ha preferito massacrarsi per millenni sull’altare di guerre, religioni, idoli e soldi. Sarà solo un bene, quando questa specie scomparirà. Non ho dubbi.

A cosa può servire, in tutto questo, l’arte? A cosa può servire scrivere, nel mezzo di una realtà come questa? In effetti, è una battaglia persa. Specie quando nemmeno le persone cui la propria scrittura e la propria arte sono destinate, si prendono la briga di leggerla perché, inutile dirlo, non hanno il tempo. E non solo non hanno il tempo, ma nemmeno si rendono conto della dittatura del tempo nella quale sono immerse, giorno e notte.

Eppure, lo scrittore seguita a scrivere, così come l’artista seguita a portare avanti la propria arte. Perché costui lo fa? Perché ha qualcosa di irrinunciabile da dire. Perché vorrebbe, finalmente, riuscire a farsi sentire nel rumore di fondo di un mondo impazzito e votato all’autodistruzione per pochi spiccioli. Perché, in definitiva, continua a sperare che quanto dice riesca ad innescare un contatto umano, da qualche parte. Certo, perlopiù l’artista lo spera a vuoto, giacché solo una manciata di fortunati che ne hanno i mezzi e la fortuna (la quale, spesso, non premia i valorosi, ma gli stolti che si trovano al momento giusto al posto giusto con i soldi giusti) può raggiungere una certa quantità di umanità, sperando di innescare la miccia. Per gli altri, rimane più che altro il buio della marginalità. Chiunque siano. Un processo che ben riflette la nullità umana di fronte al Cosmo. La stessa nullità che si avverte farsi strada, prepotente, nei racconti di Lovecraft. Un universo popolato di mostri pronti a fare a pezzi gli umani che incontrano, senza bisogno di dare spiegazioni. L’abnormità dei buchi neri è quanto di più vicino ci sia, a mio avviso, all’orrore cosmico di Lovecraft. I buchi neri, che attirano a sé qualsiasi cosa, anche oggetti di dimensioni gigantesche, senza farli più uscire. I buchi neri, che non riflettono nemmeno la luce. A volte mi guardo intorno, da uomo e da scrittore, e tutto ciò che mi sembra di vedere, è un immenso buco nero travestito da mondo terrestre. Ogni cosa pare luminosa e potenzialmente buona, eppure seguita ad ingoiare, senza più risputarle fuori, un numero crescente di persone intrappolate in una routine che non hanno scelto, solo per tirare avanti un altro po’. Qualcosa di simile a quanto avviene in Matrix quando Neo, finalmente, si avvede che il mondo intorno a lui è formato solamente da una sfilza pressoché infinita di bit informatici che si susseguono senza sosta. Solo che per Neo questo passaggio conduce ad una consapevolezza portatrice di una soluzione ai problemi dell’umanità, mentre qui, nel mondo vero, la soluzione non c’è. Rimane solo il buco nero fagocitante, proprio come nella celeberrima scena del Moloch che ingurgita uomini in Metropolis di Fritz Lang.

L’artista e, ovviamente, lo scrittore in quanto anch’egli artista, è soltanto un umano sconfitto in partenza. Un umano costretto a lottare contro forze inesorabilmente più grandi di lui, alla ricerca di un contatto umano spesso impossibile. Eppure, persiste. Ma perché accidenti persiste, dunque? Ancora non lo avete capito? L’artista non persiste perché crede di poter ottenere qualcosa; non persiste in quanto sa che, prima o poi, agguanterà quel contatto umano al quale aspira. No. L’artista persiste per un’altra ragione. L’artista persiste perché non può farne a meno; l’artista persiste perché è come una sonda spaziale lanciata nel buio del Cosmo che, incapace di smettere, emette il suo segnale alla ricerca di un impossibile contatto. E, come una sonda spaziale, viaggia in regioni sempre più remote e sempre più lontane dal punto di partenza del suo viaggio, gettando in avanti il suo segnale perché non può fare diversamente. Perché è tutto ciò che sa fare. Perché è tutto ciò che gli rimane. E, nell’oscurità cosmica, seguita a procedere innanzi. Anche quando nessuno, ormai, lo vede più.

Intervista doppia a Gabriele Chiarolanza e Bruno Balloni

Ecco qui il video dell’intervista doppia alla quale ho partecipato insieme allo scrittore Bruno Balloni, a cura di Valentina Bobbo della LIbreria Ribelle. Un’occasione per dare voce a scrittori dei quali si sente raramente parlare ma che, non per questo, non hanno nulla da dire.

Buona visione tra libri, scrittura e fonti di ispirazione diverse ma, a volte, sorprendentemente simili.

Un’intervista, questo sabato 15 maggio, per chi ama i libri e la lettura

Solo un breve annuncio, per comunicare che questo sabato 15 maggio alle ore 15.30 parteciperò ad una sorta di intervista doppia a cura della Libreria Ribelle, della quale ho detto qualcosa non molto tempo fa, nella quale si parlerà, ovviamente, di libri (i miei e quelli di un altro scrittore presente nella libreria). L’evento sarà disponibile tramite la pagina Facebook della Libreria Ribelle ed anche, per chi non dispone di un account Facebook o preferisce non utilizzarlo, sul canale Youtube della stessa libreria.

A sabato, dunque, per chi ci sarà!

Presentazione video di Delirium – Cronaca di un’ossessione

Due parole solo per annunciare questo breve video di presentazione del mio ultimo libro, Delirium – Cronaca di un’ossessione realizzato per il Circolo letterario Pennagramma, del quale faccio parte come autore (il video sarà online sul loro sito e sulla loro pagina Facebook nei prossimi giorni):

Parlare di malattia mentale. Perché non farlo è un’idiozia

Premessa: com’è accaduto per qualche pezzo pubblicato in passato su questo sito, anche il seguente non contiene immagini. La ragione è la medesima dei casi precedenti: la volontà di far concentrare chi legge solo e soltanto sulle parole, perché sono solamente queste ad essere importanti, nel testo seguente.


Oggi parlerò di un argomento che, come si deduce dal titolo, non è direttamente legato ai libri e alla scrittura. In effetti, però, nei miei libri si parla spesso di situazioni di dolore mentale e problemi connessi, quindi non mi allontano troppo dagli argomenti che ho trattato nel corso delle mie quattro pubblicazioni.

Inizierò col parlare di una situazione che non riguarda me personalmente, ma che credo possa tornare utile per esemplificare cosa può accadere quando l’insensibilità generale prende il sopravvento.

Come sa bene chi mi conosce, e come forse può aver intuito qualche lettore più o meno saltuario di questo sito, amo i Pink Floyd e la mancanza di remore di Roger Waters nel dire ciò che deve dire, a qualsiasi costo. Ebbene, Waters perse il padre quando era ancora piccolo, nel lontano 1944. Chi conosce i Pink Floyd lo sa benissimo, ma per chi non appartenesse a questa categoria (ma non è mai troppo tardi per recuperare) due parole sono necessarie. Dunque, Eric Fletcher Waters muore durante le drammatiche operazioni seguite allo sbarco inglese ad Anzio, in Italia. Questo evento ha segnato tutta la vita del figlio e gli ha procurato, oltre a non pochi problemi, lo stimolo per tutti i suoi testi che straripano, spesso e volentieri, di dolore. Qual è il punto? Il punto è che c’è gente in giro che, credendo di fare una cosa intelligente, insulta Waters perché, alla sua veneranda età (ha ben superato i 70 anni), piange ancora la morte del padre, che non ha mai potuto conoscere, sfruttandola a fini commerciali.

A questo punto, trascuriamo per un momento le mille e una risposta che si possono efficacemente opporre a simili idiozie e trascuriamo pure il fatto che Waters non è certo l’unico ad aver tratto spunto dal proprio inestinguibile dolore personale per alimentare la propria arte. A proposito, qualcuno conosce un certo Edvard Munch, per caso? Uno che ha dipinto ossessivamente, decine di volte, La bambina malata raffigurante la sorella Sophie, morta ancora adolescente?

Ma arriviamo al punto che mi preme. Per evitare il diffondersi di comportamenti idioti come quello (ma è soltanto un esempio tra i molti) nei confronti del bassista dei Pink Floyd, bisogna una volta per tutte convincersi che non parlare di malattia mentale è un’idiozia pericolosa. Così come si parla del fatto che una persona, che so, soffre di tachicardia, bisogna parlare del fatto che una persona soffre, che so, di una malattia mentale. È fondamentale ficcarsi dentro la testa che il termine malattia mentale non deve creare uno stigma sociale e non è un termine dispregiativo. Io, da scrittore, conosco bene il peso e l’importanza delle parole e non lo ripeterò mai abbastanza: prestate attenzione a come parlate e a come scrivete, specie su mezzi sempre più pericolosamente diffusi come Facebook e Twitter, dove l’irriflessività generale sembra costituire una sorta di opzione gratuita sempre presente. Le parole pesano, a volte anche più di una coltellata e, una volta che le avete pronunciate, non è facile come credete ritrattarle.

Per dare il buon esempio (e anche perché credo che, forse, a qualcuno possa essere utile sentirlo) parlerò brevemente della mia esperienza personale.

Recentemente, dopo un lungo (troppo lungo, forse) tempo di incomprensioni, sofferenza e autodistruzione, ho scoperto di soffrire di una malattia mentale che si è mangiata quasi dieci anni della mia vita, senza contare tutte le difficoltà che mi ha creato prima di questo periodo. Lo sospettavo da tempo, ma la certezza è arrivata solo di recente, insieme a una serie di benefici che mi stanno facendo finalmente sentire molto meglio.

Ho sperimentato un dolore inestinguibile, giorno e notte, la depressione, l’ansia e, per non farmi mancare nulla, pensieri ossessivi. Sono andato vicinissimo al suicidio. Questo non per fare uno sciagurato elenco di disgrazie, ma per sottolineare che, quando affronto l’argomento del dolore mentale, so di cosa parlo. Ho incontrato incomprensioni gravi con alcune persone, (alcune per colpa mia, altre per responsabilità d’altri) che hanno ingigantito molto la mia sofferenza e peggiorato gli effetti della mia malattia mentale. Ma ho seguitato, seppure a scatti e in modo non sempre lineare, a non chiudere del tutto la porta al dialogo. Ho tentato, a volte con una sola persona rimasta ad ascoltare, di non chiudere del tutto il muro intorno a me (un muro simile a quello che Pink, il protagonista di The Wall, costruisce inesorabilmente intorno a sé). Ho seguitato a pormi domande e a fare ricerche, finché non ho incontrato, per vie certamente traverse, la malattia mentale di cui ho sofferto per così tanto tempo.

Cosa mi propongo di dire con tutto questo lungo discorso? Che bisogna smetterla di considerare in modo dispregiativo il termine malattia mentale; che bisogna preoccuparsi di come si usano le parole; che bisogna preoccuparsi di fare attenzione alle persone che si conoscono, siano essi familiari o meno, e domandarsi se possano avere qualche problema di troppo quanto a salute mentale; che, in una parola, di salute, benessere e malattia mentale si può e si deve parlare. Bisogna evitare che altri soffrano in silenzio, come del resto anch’io ho fatto a lungo, perché non trovano il coraggio di esprimere ciò che hanno in testa, nel timore di essere etichettati e giudicati nei modi più strani e dolorosi (sì, ne so qualcosa e perciò ne parlo senza reticenze). Certo, magari è utile parlarne senza dimenticare a casa un po’ di tatto e il rispetto dovuto, in generale, ad un’altra persona, ma il punto è parlarne. Fare in modo, insomma, che una persona possa dire liberamente: sì, io soffro (oppure ho sofferto) di una malattia mentale che mi ha provocato questo e quello e, se è questo il caso, ho cominciato a venirne fuori in questo e quest’altro modo.

Parlare liberamente di malattia mentale, così come si parla liberamente di una tachicardia o una tosse. Tra l’altro, ma nessuno ne parla mai, il silenzio nel quale si sentono spesso confinate le persone che soffrono di malattie mentali o comunque di condizioni neurologiche particolari, ha un elevatissimo costo sociale ed economico. Quanto costa, infatti, in termini sociali, avere una schiera di persone che smettono di socializzare, di parlare e di vivere normalmente per paura di essere giudicate pesantemente dai propri familiari o amici e di perderne la fiducia? Quanto costa, in termini economici, avere una schiera di persone che lavorano male per via della propria condizione mentale oppure che non ci riescono più, a lavorare, perché ciò che hanno in testa, semplicemente, glielo impedisce? Un costo enorme, senza parlare di quello in vite umane nei casi di suicidio. Il suicidio, lo dice il WHO (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) è una delle cause di morte quantitativamente più gravi, nel mondo. Qualche anno fa era classificata al secondo posto, in tutto il pianeta.

Dunque, so che queste mie parole rischiano di sprofondare nel vuoto e nel rumore di fondo del mondo attuale, nel quale lo spazio per la riflessione e la ponderazione sembrano in via di estinzione, ma ciò non mi vieta di provarci ugualmente. Provarci e dire: parlate di malattia mentale, parlate di benessere mentale e dolore mentale. Documentatevi e ponetevi domande, mentre con un occhio osservate con un po’ più di attenzione quel vostro familiare o amico che sembra essere oppresso da qualcosa e sembra sempre sofferente. Evitate, insomma, di fare ciò che si fa abitualmente e cioè non fare nulla per timore di non sapere quali parole dire, per timore di fare del male a qualcuno per aver tirato fuori argomenti delicati come questi. Il più delle volte si fa del male non parlando, oppure parlando senza riflettere prima di aprire bocca, in realtà.

E, se concordate con le mie parole, potete condividerle dove volete. Potrebbe essere, o forse sono io ad illudermi, un piccolo contributo ad alzare il velo su un argomento spinoso ma fondamentale da affrontare.

Delirium – Cronaca di un’ossessione. Cosa accade quando si ama la persona sbagliata e si scivola verso la dipendenza affettiva?

Dicono che il colpevole torni sempre sul luogo del delitto. Non so se sia vero, ma di certo, almeno in alcuni casi, ciò vale anche per gli artisti. Era prassi, infatti, che i pittori dipingessero numerose versioni di alcuni loro quadri, vuoi perché diversi committenti ne desideravano una copia, vuoi perché erano gli autori stessi a voler affrontare nuovamente un certo tema o una sua particolare rappresentazione. Per citare soltanto due casi famosi, si possono fare i nomi di Arnold Böcklin e Edvard Munch. Il primo realizzò ben cinque versioni del suo dipinto più noto, L’isola dei morti; il secondo dipinse numerose versioni di molte delle sue opere. Vi sono versioni alternative de L’urlo, anche con tecniche diverse dalla pittura, per non parlare del quadro La bambina malata, ridipinto da Munch ossessivamente in tante versioni nel corso del tempo. 

Tutto questo discorso per dire che, in effetti, anche lo scrittore torna sul luogo del delitto, a volte, e per sottolineare come ciò non sia da intendersi come mancanza di fantasia, ma come scelta deliberata, i cui motivi possono essere vari.

Ecco, quindi, una storia un po’ particolare, scritta quasi in apnea nel giro di una sola settimana verso la fine dello scorso anno. Delirium – Cronaca di un’ossessione è il mio quarto libro, disponibile da oggi. Rappresenta un testo con il quale torno, per così dire, sul luogo del delitto. Ci torno volutamente, perché si tratta di un luogo che mi sta a cuore. Delirium è una storia riguardante un’ossessione d’amore, come il titolo fa chiaramente presagire. Chi avesse letto i miei libri precedenti, sa certamente quanto questo tema sia importante nelle mie storie. I lettori che hanno letto il mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla, e la raccolta di racconti La donna che attendeva il crepuscolo, noteranno alcuni elementi familiari in questo mio quarto libro. Come ho accennato prima, non si tratta di mancanza di fantasia, ma di una scelta deliberata, con lo scopo di affrontare ancora una volta il tema dell’ossessione d’amore. E, ancora una volta, sottolineo (come ho già fatto in passato) che non sto parlando di un’ossessione che sfocia in violenza. Nelle mie storie non c’è mai questo tipo di epilogo, proprio per indirizzare il lettore a notare quanto distorto sia il modo di trattare il tema ‘ossessione’ quando esso appare nei media, oppure quando esso compare (in casi rarissimi) nelle nostre conversazioni quotidiane.

Ecco la trama del libro, dunque, per far capire di cosa parliamo.

Da molto tempo Luca ama Anna di un amore totale e incondizionato, sebbene lei non ricambi. Negli ultimi nove anni lei si è sempre rifiutata di rivolgergli la parola, nonostante le cose non siano sempre state in questo modo, tra loro.

Così, in una calda e tranquilla giornata di fine estate, Luca rientra a casa come ogni giorno. L’amico Andrea lo raggiunge subito dopo, portandogli una notizia che cambierà per sempre la vita di Luca.
Egli, infatti, si troverà improvvisamente avviluppato come e più di prima dall’ossessione per Anna. Luca sarà costretto ad ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi contro se stesso, per affrontare una volta per tutte i suoi sentimenti e tentare di uscire dal gorgo di emozioni nel quale è sprofondato da troppo tempo. Non sarà una battaglia facile, ma Luca si accorgerà presto di essere ormai arrivato alla resa dei conti con il demone che alberga nella sua mente. Una resa dei conti che, ormai, non può più essere rimandata.

Ho voluto, per una volta, collocare il racconto ai nostri giorni, a differenza di quanto avviene con i miei precedenti libri, per sottolineare ancora di più quanto la scrittura assuma il punto di vista ‘dal di dentro’, direttamente al centro della mente di Luca, il protagonista, sebbene la narrazione sia in terza persona. Si tratta di un libro in cui il numero di pagine, adatto anche a chi ha poco tempo da dedicare alla lettura, è inversamente proporzionale all’intensità della storia che racconto. Delirium rappresenta, infatti, una sorta di tour de force nella mente di Luca, il protagonista del testo.

Non ci sono molte altre parole adatte a descrivere la storia contenuta in questo libro. Tutto ciò che è necessario dire, è che il punto centrale del discorso si trova nella battaglia tra il protagonista, Luca, e la sua ossessione d’amore e cioè, in fin dei conti, la battaglia di Luca contro se stesso. Questo è il nucleo del racconto. Così come la bellezza è sempre negli occhi di chi guarda, anche l’ossessione è sempre nel cervello di chi osserva una persona, fino a rimanerne abbagliato al punto da non essere più in grado di dimenticarla. Questo libro si muove a partire da una semplice domanda: cosa può accadere quando l’amore è diretto verso la persona sbagliata? Quando questa persona è proprio una di quelle incapaci di comprendere sentimenti che vadano più in là della banalità? E quando chi prova l’amore è qualcuno che, suo malgrado, finisce con il diventare ossessionato dall’oggetto del suo amore?

Forse questo non è un libro per chi ama il romanticismo nel senso comune che si conferisce al termine, anche se Luca si rivela pieno di amore e di attenzione per l’oggetto del suo desiderio. È, forse, un libro adatto a quanti sono disposti ad assumere un punto di vista che raramente viene preso in considerazione. Un punto di vista diverso da quelli abituali e che vuole puntare l’attenzione su questioni delle quali, nella nostra quotidianità, preferiamo non parlare, anche per paura dell’effetto che potrebbero fare sulle altre persone. Luca, invece, non si nasconde. Riconosce ciò che prova, compreso il lato oscuro del suo sentimento, ma non lo rinnega. Non finge che tutto vada bene e, soprattutto, non finge di non pensare continuamente a questa donna che conosce e che, ad un certo punto, si è trasformata in una fissazione, per lui. Tutto il resto, lo scoprirà chi sarà disposto ad avventurarsi nel territorio privo di certezze di questo Delirium, un titolo che non vuole stare a significare l’assurdità dei sentimenti del protagonista ma, piuttosto, il caos che essi provocano in lui, sconvolgendo la sua vita. Sono convinto che le situazioni e i sentimenti descritti nel mio libro siano più comuni di quanto si creda. Il fatto è che chi le sperimenta, raramente è disposto ad ammetterle e a descriverle.

Ed ora vorrei fare un ultimo appunto, prima di chiudere. In questo libro, la musica ha una certa importanza. Ho voluto tentare di portare, per così dire, la musica dentro un libro. Non è una cosa facile, ma ho voluto provarci perché la musica è sempre stata una compagna costante di tutta la mia vita. In particolare, mi riferisco alla musica dei Pink Floyd. Sebbene il racconto sia concepito in modo da essere comprensibile anche senza conoscere il gruppo inglese, chi invece ha una certa confidenza con i temi affrontati da Roger Waters, il principale compositore del gruppo, troverà certamente un punto di interesse in più. Al di là della citazione diretta che è possibile incontrare già dopo alcune pagine, i più attenti conoscitori potrebbero rilevare la presenza di alcune citazioni e riferimenti nascosti all’interno del testo. Chi fosse in grado di identificare questi rimandi, troverà ulteriori spunti e la possibilità di calarsi, attraverso una sorta di botola, in mondi alternativi a quelli del libro, ma che con esso hanno sempre un’attinenza di qualche genere.

Detto questo, quindi, buona lettura!

Al link qui sotto è possibile leggere gratuitamente le prime pagine del libro:

Delirium – Anteprima

Qui invece è accessibile la pagina del libro sul sito di IBS oppure sul sito dell’editore dove, cliccando sul banner, è possibile acquistarlo col 15% di sconto, spese di spedizione gratuite e dua altri libri in omaggio:

https://www.ibs.it/delirium-cronaca-di-ossessione-libro-gabriele-chiarolanza/e/9788868153847

https://www.meligranaeditore.com/delirium_2821310.html

Qui una breve video presentazione del libro:

Qui la lettura di un estratto, realizzata dall’attrice Sara Corsini:

Giorno del Ricordo o giorno della disinformazione e della distorsione della storia?

Nota bene: questo pezzo si presenta volutamente senza immagini, perché l’importante sono le parole. Inoltre, come spiegherò più sotto, non esiste in concreto una documentazione fotografica delle cosiddette foibe. Esiste, invece, una documentazione (sia fotografica, sia scritta) dei numerosissimi crimini italiani in Jugoslavia tra il 1941 e il 1943.


Premessa: questo testo ha un obiettivo molto semplice, cioè fornire un quadro riassuntivo che consenta di iniziare a farsi un’idea di cos’è il Giorno del Ricordo e di come esso viene inserito in un racconto nazionalista e sostanzialmente fascista da parte della politica italiana (tutta, senza distinzione di partito), nonché da parte di molte associazioni dedite alla disinformazione e alla distorsione di fatti storici ormai acclarati, sebbene non noti (nella maggior parte dei casi) al grande pubblico.

Il testo si divide in tre parti:

  1. La storia pura e semplice, per rispondere alla domanda: cos’è accaduto durante l’occupazione italiana della Jugoslavia negli anni tra il 1941 e il 1943? E cos’è accaduto dopo, fino alla fine della guerra? Sono domande necessarie, se si vuole comprendere in quale quadro è nata la narrazione sulle cosiddette foibe che ha prodotto il Giorno del Ricordo. La storia va ricordata tutta, non solo le parti che fanno comodo ad un certo tipo di narrazione. Raccontiamola, dunque, questa storia. Diverrà chiaro, allora, in che modo sia nato il Giorno del Ricordo e quale substrato di cultura fascista si porti appresso.
  2. Qualche domanda (con un’esortazione agli insegnanti), perché le domande sono sempre fondamentali al fine di stimolare ulteriori riflessioni e portare l’attenzione dove di solito non va. Ecco, quindi, alcuni interrogativi, a volte corredati di breve risposta e a volte no, per chiarire meglio una serie di importanti questioni sul 10 febbraio.
  3. Le fonti, che rappresentano il nemico giurato di ogni narrazione di stampo fascista. Non è un caso, infatti, se chi sostiene la narrazione delle cosiddette foibe non fornisce mai uno straccio di fonte che resista per più di due secondi ad un vaglio critico. In questo terzo punto, dunque, vengono fornite alcune fonti per iniziare ad approfondire la questione e destinate ai volonterosi che non si accontentano di poche parole. Usatele! Contrariamente a quanto, ormai, la cultura dominante vuol farvi credere, le fonti non fanno male alla salute, anzi.

Primo punto, la storia pura e semplice: sarò piuttosto breve, e non perché l’argomento non richieda approfondimento. Lo sarò perché chi desidera approfondire troverà più sotto tutti gli strumenti per procurarsi le nozioni di cui ha bisogno, a qualsiasi livello. Lo sarò anche perché, se approfondissi, non basterebbe un libro per risultare esauriente. Mi limiterò, dunque, ad alcuni cenni fondamentali, adatti a stimolare domande e a iniziare, spero, un percorso di maggior conoscenza della storia italiana (insegnanti, dove siete?)

Nel 1941, in aprile, la Germania nazista di Hitler e l’Italia fascista di Mussolini invadono la Jugoslavia. Germania nazista e Italia fascista sono alleate di ferro, sebbene l’Italia abbia una posizione un po’ subalterna. Nonostante la piena comunanza di obiettivi, è Hitler ad avere più potere. Il ruolo dell’Italia fascista, ad ogni buon conto, sarà tutt’altro che marginale in questa storia.

Invasione, dunque. Hitler usa la scusa di voler unire di nuovo al Reich i territori slavi facenti parte, poco più di un ventennio prima, all’Impero d’Austria-Ungheria; Mussolini usa quella di volersi prendere ciò che appartiene di diritto all’Italia fin dalla fine della Grande Guerra, ovvero l’Istria e la Dalmazia. Come si sa, alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, francesi, inglesi e americani (brutti e cattivi), non hanno rispettato i patti, consegnando all’Italia una pessima vittoria mutilata, come l’ha definita D’Annunzio. Uno che, dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella propaganda governativa per l’entrata in guerra nel 1915, si troverà perfettamente a suo agio nel clima fascista del dopoguerra.

Dunque, la Wehrmacht e il Regio Esercito invadono la Jugoslavia la quale, debole sotto tutti i possibili punti di vista, non può opporre nessuna difesa e collassa quasi immediatamente. Hitler stabilisce quali saranno le zone di competenza dei due membri dell’Asse: ai nazisti le parti più ricche della Jugoslavia, ai fascisti quelle più povere.

Concentriamoci ora, per un momento, su ciò che gli italiani fanno tra il 1941 e il 1943 in terra slava. Anche qui riassumerò, per evidenti ragioni di spazio. L’Italia fascista ha un piano molto semplice: la pulizia etnica antislava. Si tratta, con qualsiasi mezzo, di far sparire la popolazione che abita quei territori, per far posto a coloni italiani fatti arrivare apposta per prenderne il posto. Allo scopo di mandare via tutte quelle persone dalle loro case e dai loro campi, gli italiani dispiegano un armamentario fatto di arresti arbitrari, deportazioni, campi di concentramento (sì, campi di concentramento italianissimi, sia in Jugoslavia, sia in Italia), esecuzioni sommarie e via dicendo. Inoltre, gli italiani attueranno un programma di italianizzazione forzata, con pene severissime per i trasgressori, per convincere chi rimane ad essere fedele all’Italia.

Gli slavi, nonostante il loro stato creato all’indomani della fine della Grande Guerra sia collassato in un batter d’occhio, non ci stanno. Organizzano fin da subito un movimento di resistenza armata contro i nazisti e i fascisti. Quello che diventerà il Fronte di Liberazione della Jugoslavia, infatti, costituirà una vera e propria spina nel fianco sia per Hitler, sia per Mussolini. Nessuno dei due, infatti, riuscirà a sconfiggerlo. I nazisti e i fascisti tentano di tutto, ma non c’è niente da fare. Nonostante l’omicidio degli abitanti di interi villaggi, commesso per il solo fatto che al loro interno abitava qualche parente di uomini impegnati nella resistenza antifascista; nonostante l’incendio di paesi interi (con o senza abitanti all’interno non faceva differenza, per gli italiani); nonostante la deportazione nei campi di concentramento; nonostante i fascisti (come del resto i loro colleghi nazisti) disponessero di uomini e mezzi ben superiori; insomma, nonostante tutto questo, la resistenza slava non sarà sconfitta.

Si giunge, così, nel 1943, alla caduta del fascismo e all’armistizio dell’8 settembre. I fascisti sono in fuga, ormai. Cercano in tutti i modi di salvarsi, rientrando in Italia. Non disponendo più della copertura politica del potere fascista e di quella pratica del Regio Esercito, temono che gli slavi, dopo più di due anni trascorsi a subire una politica genocidaria di pulizia etnica, vogliano fargli la pelle. D’altronde, gli slavi morti o scomparsi nel nulla tra il 1941 e il 1943 sono decine di migliaia. È in questo clima che si inizia a parlare di foibe. Sarebbero quelle nelle quali vengono gettati in numeri mirabolanti gli italiani ai quali gli slavi danno la caccia. Ciò che, più prosaicamente, come molti storici non hanno mancato di mettere in evidenza, avviene, è questo: si scatena l’inevitabile desiderio di resa dei conti da parte degli slavi nei confronti degli ormai ex padroni fascisti. Dopo violenze inenarrabili, come già abbiamo visto, i motivi di rivalsa sono numerosi e, purtroppo, fisiologicamente inevitabili in una situazione di guerra, soprattutto se si tratta di una guerra compiuta contro i civili, come quella dei nazisti e dei fascisti contro i civili slavi. Purtroppo per i tifosi del Giorno del Ricordo, non ci sono le cataste di cadaveri dei quali ogni 10 febbraio vanno fantasticando. C’è, invece, il dramma di una guerra civile, mentre i fascisti cercano di riparare in Italia mescolandosi alla gente comune e abbandonando le camicie nere che indossavano con tanta arroganza fino al giorno prima.

L’odissea della Jugoslavia, logicamente, non finisce qui perché i nazisti prendono subito possesso delle zone sotto il controllo italiano e lo mantengono fino alla fine della guerra, nel 1945. È allora, quando la Wehrmacht è ormai un esercito sconfitto in ritirata ridotto ormai a un sottile schermo di protezione dietro il quale si barricano le SS, che il Fronte di Liberazione Jugoslavo decide di dirigersi verso Trieste. L’obiettivo è, ovviamente, quello di liberare per primi la città per poi farla entrare a far parte della nuova nazione jugoslava uscita vincente dalla guerra. E sono proprio gli slavi, infatti, a liberare Trieste. Gli inglesi, con i neozelandesi e gli americani al traino, arriveranno con qualche giorno di ritardo. Ci saranno circa quaranta giorni di amministrazione slava, a Trieste, prima che essa venga affidata agli anglo-americani (tralascerò qui, per brevità, il caos del Territorio Libero di Trieste, fino alla restituzione della città all’Italia nel 1954). Durante questo periodo e durante l’avanzata del Fronte di Liberazione Jugoslavo verso Trieste, si sarebbero verificati ulteriori episodi di infoibamento di italiani ad opera dei cattivi slavi, secondo i cantori del Giorno del Ricordo. Anche in questo caso, la realtà è più prosaica. In assenza di un progetto di sterminio degli italiani ad opera dei comunisti cattivi jugoslavi (come favoleggia la fascisteria che tiene tanto al Giorno del Ricordo), si verifica una situazione, ancora una volta, da resa dei conti tra jugoslavi che avanzano e italiani che si nascondono per timore di ritorsioni per quanto hanno commesso durante l’occupazione del 1941-43. Il Fronte di Liberazione Jugoslavo tenterà di mantenere sotto controllo la situazione, ovviamente con esiti alterni, ma sono noti interventi diretti di capi partigiani slavi per bloccare sul nascere le violenze o per portare davanti ai tribunali slavi i colpevoli di atti criminali. Va ricordato, per l’ennesima volta, come il bersaglio generale degli slavi, quando danno la caccia agli italiani, siano i fascisti e non i civili. Va anche ricordato, ancora e per l’ennesima volta, che questi episodi non hanno mai avuto la consistenza numerica del genocidio di cui si riempie la bocca il fascistume assortito che ogni 10 febbraio esce dalla cloaca.

Secondo punto, qualche domanda: quanti conoscono i crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia, che sono molti di più di quelli sommariamente indicati qui sopra? Quanti sanno che fu Mussolini a tentare di istituire per primo, già nel 1944, una giornata del ricordo per i caduti fascisti dopo il settembre del 1943? Quanti conoscono la storia del cosiddetto confine orientale italiano, almeno dalla Grande Guerra in avanti, perché è da lì che bisogna cominciare, se si vuole capire qualcosa? Quanti conoscono il nome di Roberto Menia, parlamentare di Alleanza Nazionale e grande fascista, nonché amico di Gianfranco Fini? È lui il relatore della legge che ha istituito la Giornata del Ricordo. Quanti sanno che il 10 febbraio del 1947 è il giorno della ratifica del Trattato di pace tra Italia e Jugoslavia per segnare la fine della Seconda Guerra Mondiale? Che senso ha trasformare una giornata in cui si dovrebbe, semmai, celebrare la fine di una guerra, in un giorno di lutto? Se lo sono chiesto anche in diversi paesi europei, di fronte all’obbrobrio italiano di questa sorta di ‘celebrazione’ a rovescio. Nessuno ha notato, di recente, come Salvini da ministro dell’Interno abbia tranquillamente equiparato le foibe ad Auschwitz? Davvero non l’avete notato? D’altronde è questo il vero scopo, nascosto, del Giorno del Ricordo: trasformare i criminali fascisti del 1941-43 in vittime dei sanguinari comunisti slavi, per riabilitarli definitivamente in nome di quell’abominio della cosiddetta memoria condivisa, che tanto piace ai politici italiani. Avete notato come, lungo tutto l’arco parlamentare, sia ogni volta un profluvio di disinformazione in cui si sparano numeri a casaccio (cinquantamila vittime, poi centomila, duecentomila, un milione…) e si nominano foibe che poi, nella realtà, non si trovano mai? Sapete come, ad esempio, durante la presidenza di Napolitano ci sia stato un florilegio di medaglie ad ex fascisti per onorare gli eroi del Giorno del Ricordo?

Infine, prima di chiudere con qualche fonte per i volonterosi (lo studio non è mai privo di fatica; ecco perché il fascistume ha sempre tanto successo, perché propone nozioni facili, senza verifiche e a poco prezzo), mi si permetta una domanda: insegnanti, dove siete finiti? Documentatevi e seppellite sotto una mole di dati, fatti e studi storici chiunque voglia propinarvi la storiella del genocidio contro gli italiani fatto dai cattivi slavi. Non fatevi fregare dal collega (o da chi per esso) che vi porta una dispensa ciclostilata curata perlopiù dall’ANVGD, una associazione che ha sempre fatto, purtroppo, la parte del leone nel diffondere disinformazione e falsità. Dispense dove non ci sono mai fonti o, se ci sono, provengono dal campo filofascista e foto clamorosamente taroccate. Inoltre, se vi viene qualche dubbio, un’ultima domanda: lo sapete quale possente infrastruttura amministrativa sia necessaria per organizzare un genocidio? Avete presente di cosa hanno avuto bisogno i nazisti, ma anche i fascisti, per realizzarlo?

Per chi abita nel nord est come me, c’era un campo di concentramento per civili deportati dalla Jugoslavia, attivo tra il 1942 e il 1943, proprio a pochissimi chilometri da Treviso. Di questo campo si conosce l’esatta ubicazione, ma quasi nessuno lo conosce. Iniziate da lì, anziché dalle mirabolanti foibe che non si sa mai dove si trovino (e attenti alla foiba taroccata di Basovizza). Insomma, insegnanti, se non fate un po’ di informazione documentata voi, chi la deve fare?

Terzo (e ultimo) punto, le fonti: proprio per non fare come quelli che ti mettono nelle mani dei foglietti privi di fonti e riferimenti, indicherò qui qualche elemento che può, spero, essere di stimolo a quanti avranno il desiderio di approfondire. Non prendetelo come qualcosa di esauriente e completo, ma soltanto come un punto d’inizio e fate sempre attenzione a chi sono gli autori di libri e articoli che potreste trovare lungo il vostro cammino. Informatevi, verificate chi dice la verità e chi no. Tutto sommato, individuare gli storici o gli scrittori affidabili non è così difficile, se si mantiene attivo il senso critico.

Eccoci, dunque. Questo è un link che propongo sempre, ogni anno. Contiene numerosi articoli, tutti scritti da storici esperti e in gamba. Richiede tempo e attenzione, ma è di grande livello e può essere usato a seconda di quanto si desidera andare a fondo:

La storia intorno alle foibe – Nicoletta Bourbaki – Internazionale

Qui, invece, un video di cui è protagonista lo storico Galliano Fogar. A partire dal minuto 3.19, Galliano Fogar, storico serio e preparato, tra gli animatori dell’Istituto Regionale del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, in circa 5 minuti asfalta letteralmente la storia fantascientifica del progetto di genocidio anti italiano ad opera degli slavi tanto cara alla narrazione dominante del giorno del ricordo. Inoltre demolisce anche la fantsmagoria di numeri che ogni anno accompagna questa storia delle foibe.

Tre libri: Fenomenologia di un martirologio mediatico di Federico Tenca Montini. Con una scrittura sempre chiara, Montini illustra prima la storia dell’occupazione fascionazista della Jugoslavia e poi quella dell’istituzione del Giorno del Ricordo.

E allora le foibe? – Fact checking: la storia alla prova dei fatti di Eric Gobetti. A dispetto del titolo, evidentemente polemico, si tratta di un libro che ha dalla sua la brevità e un linguaggio facilmente comprensibile, destinato (come l’autore stesso dichiara) ad una divulgazione indirizzata soprattutto a chi non ha più di tanta dimestichezza con la storia. Questo è un libro molto chiaro e lineare, grazie al quale ci si può rendere conto, anche senza avere già conoscenze approfondite in materia, di cosa si celi storicamente dietro il termine ormai abusato “foibe”. Un libro breve ma storicamente rigoroso, il cui autore si occupa proprio di storia del fascismo, consigliato soprattutto a chi vuo farsi un’idea senza rinunciare alla precisione dei dettagli storici.

Di là del muro di Francesca Meneghetti. Si tratta di un corposo volume che analizza la storia del campo di concentramento fascista attivo tra il 1942 e il 1943 a Monigo, alle porte di Treviso. Al suo interno trovarono la morte molti civili deportati dalla Jugoslavia, che furono lasciati a morire di fame e di freddo dentro le sue mura. Bambini e neonati compresi.

Infine, un link che è ormai una sorta di evergreen. Lo storico Piero Purini analizza i (molti) falsi fotografici sulle foibe: fotografie che dicono di mostrare i crimini dei comunisti jugoslavi a danno degli italiani, mentre invece mostrano crimini italiani contro civili jugoslavi durante l’occupazione del 1941-43. Ogni anno queste foto fanno il giro di molti giornali e siti internet in occasione del 10 febbraio.

Il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe (wumingfoundation.com)