Giorno del Ricordo, quando la disinformazione regna sovrana

Il pezzo qui sotto è stato pubblicato lo scorso anno, in occasione del Giorno del Ricordo. Le motivazioni che mi avevano spinto a scriverlo restano, oggi, inalterate e presentano lo stesso carattere di urgenza. La disinformazione regna sempre più sovrana, su questo argomento. Non appena si approssima la data fatidica del 10 febbraio, iniziano a comparire numeri sparati a casaccio (e che si gonfiano a dismisura con una facilità imbarazzante), teorie bizzarre su progetti di sterminio anti italiano di cui non c’è traccia da nessuna parte (pare quasi una versione foibologica dell’ormai noto “non cielo dikono!!11!!”), rivalutazioni abominevoli di personaggi legati al fascismo e dei crimini da esso compiuti e chi più ne ha, più ne metta. L’elenco delle distorsioni, o vere e proprie falsificazioni, potrebbe continuare a lungo tra citazioni di fonti inesistenti o inattendibili, storie di pura invenzione e, dulcis in fundo (come farsi mancare un simile indispensabile corollario, d’altronde?) le panzane dei politici, sempre più ignoranti ma sempre più desiderosi di sparare in alto il loro fallimento culturale.

Ci troviamo, d’altronde (sì, lo so, sono monotono) nell’epoca di Salvini, quello secondo il quale le foibe sono uguali ad Auschwitz (ho già parlato altrove della nefasta banalizzazione del nome Auschwitz, in atto da molti anni, ormai) e di Zaia, il presidente del Veneto che, incurante dell’abominio di cui andava farneticando, reclamizzava sul suo profilo Facebook un museo storico dove ti accolgono in divisa da SS per rendere più “autentica” la visita. In una simile epoca, è bene ribadire quali sono i fatti reali della storia italiana e presidiare il campo della memoria che, oltre a non poter mai essere condivisa come piacerebbe tanto ai poltici, non può essere lasciata aperta alle scorrerie della fascisteria assortita che fuoriesce sempre più spesso da una cloaca apparentemente impossibile da ripulire.


Nota bene: questo pezzo si presenta volutamente senza immagini, perché l’importante sono le parole. Inoltre, come spiegherò più sotto, non esiste in concreto una documentazione fotografica delle cosiddette foibe. Esiste, invece, una documentazione (sia fotografica, sia scritta) dei numerosissimi crimini italiani in Jugoslavia tra il 1941 e il 1943.


Premessa: questo testo ha un obiettivo molto semplice, cioè fornire un quadro riassuntivo che consenta di iniziare a farsi un’idea di cos’è il Giorno del Ricordo e di come esso viene inserito in un racconto nazionalista e sostanzialmente fascista da parte della politica italiana (tutta, senza distinzione di partito), nonché da parte di molte associazioni dedite alla disinformazione e alla distorsione di fatti storici ormai acclarati, sebbene non noti (nella maggior parte dei casi) al grande pubblico.

Il testo si divide in tre parti:

  1. La storia pura e semplice, per rispondere alla domanda: cos’è accaduto durante l’occupazione italiana della Jugoslavia negli anni tra il 1941 e il 1943? E cos’è accaduto dopo, fino alla fine della guerra? Sono domande necessarie, se si vuole comprendere in quale quadro è nata la narrazione sulle cosiddette foibe che ha prodotto il Giorno del Ricordo. La storia va ricordata tutta, non solo le parti che fanno comodo ad un certo tipo di narrazione. Raccontiamola, dunque, questa storia. Diverrà chiaro, allora, in che modo sia nato il Giorno del Ricordo e quale substrato di cultura fascista si porti appresso.
  2. Qualche domanda (con un’esortazione agli insegnanti), perché le domande sono sempre fondamentali al fine di stimolare ulteriori riflessioni e portare l’attenzione dove di solito non va. Ecco, quindi, alcuni interrogativi, a volte corredati di breve risposta e a volte no, per chiarire meglio una serie di importanti questioni sul 10 febbraio.
  3. Le fonti, che rappresentano il nemico giurato di ogni narrazione di stampo fascista. Non è un caso, infatti, se chi sostiene la narrazione delle cosiddette foibe non fornisce mai uno straccio di fonte che resista per più di due secondi ad un vaglio critico. In questo terzo punto, dunque, vengono fornite alcune fonti per iniziare ad approfondire la questione e destinate ai volonterosi che non si accontentano di poche parole. Usatele! Contrariamente a quanto, ormai, la cultura dominante vuol farvi credere, le fonti non fanno male alla salute, anzi.

Primo punto, la storia pura e semplice: sarò piuttosto breve, e non perché l’argomento non richieda approfondimento. Lo sarò perché chi desidera approfondire troverà più sotto tutti gli strumenti per procurarsi le nozioni di cui ha bisogno, a qualsiasi livello. Lo sarò anche perché, se approfondissi, non basterebbe un libro per risultare esauriente. Mi limiterò, dunque, ad alcuni cenni fondamentali, adatti a stimolare domande e a iniziare, spero, un percorso di maggior conoscenza della storia italiana (insegnanti, dove siete?)

Nel 1941, in aprile, la Germania nazista di Hitler e l’Italia fascista di Mussolini invadono la Jugoslavia. Germania nazista e Italia fascista sono alleate di ferro, sebbene l’Italia abbia una posizione un po’ subalterna. Nonostante la piena comunanza di obiettivi, è Hitler ad avere più potere. Il ruolo dell’Italia fascista, ad ogni buon conto, sarà tutt’altro che marginale in questa storia.

Invasione, dunque. Hitler usa la scusa di voler unire di nuovo al Reich i territori slavi facenti parte, poco più di un ventennio prima, all’Impero d’Austria-Ungheria; Mussolini usa quella di volersi prendere ciò che appartiene di diritto all’Italia fin dalla fine della Grande Guerra, ovvero l’Istria e la Dalmazia. Come si sa, alla conferenza di pace di Parigi, nel 1919, francesi, inglesi e americani (brutti e cattivi), non hanno rispettato i patti, consegnando all’Italia una pessima vittoria mutilata, come l’ha definita D’Annunzio. Uno che, dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella propaganda governativa per l’entrata in guerra nel 1915, si troverà perfettamente a suo agio nel clima fascista del dopoguerra.

Dunque, la Wehrmacht e il Regio Esercito invadono la Jugoslavia la quale, debole sotto tutti i possibili punti di vista, non può opporre nessuna difesa e collassa quasi immediatamente. Hitler stabilisce quali saranno le zone di competenza dei due membri dell’Asse: ai nazisti le parti più ricche della Jugoslavia, ai fascisti quelle più povere.

Concentriamoci ora, per un momento, su ciò che gli italiani fanno tra il 1941 e il 1943 in terra slava. Anche qui riassumerò, per evidenti ragioni di spazio. L’Italia fascista ha un piano molto semplice: la pulizia etnica antislava. Si tratta, con qualsiasi mezzo, di far sparire la popolazione che abita quei territori, per far posto a coloni italiani fatti arrivare apposta per prenderne il posto. Allo scopo di mandare via tutte quelle persone dalle loro case e dai loro campi, gli italiani dispiegano un armamentario fatto di arresti arbitrari, deportazioni, campi di concentramento (sì, campi di concentramento italianissimi, sia in Jugoslavia, sia in Italia), esecuzioni sommarie e via dicendo. Inoltre, gli italiani attueranno un programma di italianizzazione forzata, con pene severissime per i trasgressori, per convincere chi rimane ad essere fedele all’Italia.

Gli slavi, nonostante il loro stato creato all’indomani della fine della Grande Guerra sia collassato in un batter d’occhio, non ci stanno. Organizzano fin da subito un movimento di resistenza armata contro i nazisti e i fascisti. Quello che diventerà il Fronte di Liberazione della Jugoslavia, infatti, costituirà una vera e propria spina nel fianco sia per Hitler, sia per Mussolini. Nessuno dei due, infatti, riuscirà a sconfiggerlo. I nazisti e i fascisti tentano di tutto, ma non c’è niente da fare. Nonostante l’omicidio degli abitanti di interi villaggi, commesso per il solo fatto che al loro interno abitava qualche parente di uomini impegnati nella resistenza antifascista; nonostante l’incendio di paesi interi (con o senza abitanti all’interno non faceva differenza, per gli italiani); nonostante la deportazione nei campi di concentramento; nonostante i fascisti (come del resto i loro colleghi nazisti) disponessero di uomini e mezzi ben superiori; insomma, nonostante tutto questo, la resistenza slava non sarà sconfitta.

Si giunge, così, nel 1943, alla caduta del fascismo e all’armistizio dell’8 settembre. I fascisti sono in fuga, ormai. Cercano in tutti i modi di salvarsi, rientrando in Italia. Non disponendo più della copertura politica del potere fascista e di quella pratica del Regio Esercito, temono che gli slavi, dopo più di due anni trascorsi a subire una politica genocidaria di pulizia etnica, vogliano fargli la pelle. D’altronde, gli slavi morti o scomparsi nel nulla tra il 1941 e il 1943 sono decine di migliaia. È in questo clima che si inizia a parlare di foibe. Sarebbero quelle nelle quali vengono gettati in numeri mirabolanti gli italiani ai quali gli slavi danno la caccia. Ciò che, più prosaicamente, come molti storici non hanno mancato di mettere in evidenza, avviene, è questo: si scatena l’inevitabile desiderio di resa dei conti da parte degli slavi nei confronti degli ormai ex padroni fascisti. Dopo violenze inenarrabili, come già abbiamo visto, i motivi di rivalsa sono numerosi e, purtroppo, fisiologicamente inevitabili in una situazione di guerra, soprattutto se si tratta di una guerra compiuta contro i civili, come quella dei nazisti e dei fascisti contro i civili slavi. Purtroppo per i tifosi del Giorno del Ricordo, non ci sono le cataste di cadaveri dei quali ogni 10 febbraio vanno fantasticando. C’è, invece, il dramma di una guerra civile, mentre i fascisti cercano di riparare in Italia mescolandosi alla gente comune e abbandonando le camicie nere che indossavano con tanta arroganza fino al giorno prima.

L’odissea della Jugoslavia, logicamente, non finisce qui perché i nazisti prendono subito possesso delle zone sotto il controllo italiano e lo mantengono fino alla fine della guerra, nel 1945. È allora, quando la Wehrmacht è ormai un esercito sconfitto in ritirata ridotto ormai a un sottile schermo di protezione dietro il quale si barricano le SS, che il Fronte di Liberazione Jugoslavo decide di dirigersi verso Trieste. L’obiettivo è, ovviamente, quello di liberare per primi la città per poi farla entrare a far parte della nuova nazione jugoslava uscita vincente dalla guerra. E sono proprio gli slavi, infatti, a liberare Trieste. Gli inglesi, con i neozelandesi e gli americani al traino, arriveranno con qualche giorno di ritardo. Ci saranno circa quaranta giorni di amministrazione slava, a Trieste, prima che essa venga affidata agli anglo-americani (tralascerò qui, per brevità, il caos del Territorio Libero di Trieste, fino alla restituzione della città all’Italia nel 1954). Durante questo periodo e durante l’avanzata del Fronte di Liberazione Jugoslavo verso Trieste, si sarebbero verificati ulteriori episodi di infoibamento di italiani ad opera dei cattivi slavi, secondo i cantori del Giorno del Ricordo. Anche in questo caso, la realtà è più prosaica. In assenza di un progetto di sterminio degli italiani ad opera dei comunisti cattivi jugoslavi (come favoleggia la fascisteria che tiene tanto al Giorno del Ricordo), si verifica una situazione, ancora una volta, da resa dei conti tra jugoslavi che avanzano e italiani che si nascondono per timore di ritorsioni per quanto hanno commesso durante l’occupazione del 1941-43. Il Fronte di Liberazione Jugoslavo tenterà di mantenere sotto controllo la situazione, ovviamente con esiti alterni, ma sono noti interventi diretti di capi partigiani slavi per bloccare sul nascere le violenze o per portare davanti ai tribunali slavi i colpevoli di atti criminali. Va ricordato, per l’ennesima volta, come il bersaglio generale degli slavi, quando danno la caccia agli italiani, siano i fascisti e non i civili. Va anche ricordato, ancora e per l’ennesima volta, che questi episodi non hanno mai avuto la consistenza numerica del genocidio di cui si riempie la bocca il fascistume assortito che ogni 10 febbraio esce dalla cloaca.

Secondo punto, qualche domanda: quanti conoscono i crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia, che sono molti di più di quelli sommariamente indicati qui sopra? Quanti sanno che fu Mussolini a tentare di istituire per primo, già nel 1944, una giornata del ricordo per i caduti fascisti dopo il settembre del 1943? Quanti conoscono la storia del cosiddetto confine orientale italiano, almeno dalla Grande Guerra in avanti, perché è da lì che bisogna cominciare, se si vuole capire qualcosa? Quanti conoscono il nome di Roberto Menia, parlamentare di Alleanza Nazionale e grande fascista, nonché amico di Gianfranco Fini? È lui il relatore della legge che ha istituito la Giornata del Ricordo. Quanti sanno che il 10 febbraio del 1947 è il giorno della ratifica del Trattato di pace tra Italia e Jugoslavia per segnare la fine della Seconda Guerra Mondiale? Che senso ha trasformare una giornata in cui si dovrebbe, semmai, celebrare la fine di una guerra, in un giorno di lutto? Se lo sono chiesto anche in diversi paesi europei, di fronte all’obbrobrio italiano di questa sorta di ‘celebrazione’ a rovescio. Nessuno ha notato, di recente, come Salvini da ministro dell’Interno abbia tranquillamente equiparato le foibe ad Auschwitz? Davvero non l’avete notato? D’altronde è questo il vero scopo, nascosto, del Giorno del Ricordo: trasformare i criminali fascisti del 1941-43 in vittime dei sanguinari comunisti slavi, per riabilitarli definitivamente in nome di quell’abominio della cosiddetta memoria condivisa, che tanto piace ai politici italiani. Avete notato come, lungo tutto l’arco parlamentare, sia ogni volta un profluvio di disinformazione in cui si sparano numeri a casaccio (cinquantamila vittime, poi centomila, duecentomila, un milione…) e si nominano foibe che poi, nella realtà, non si trovano mai? Sapete come, ad esempio, durante la presidenza di Napolitano ci sia stato un florilegio di medaglie ad ex fascisti per onorare gli eroi del Giorno del Ricordo?

Infine, prima di chiudere con qualche fonte per i volonterosi (lo studio non è mai privo di fatica; ecco perché il fascistume ha sempre tanto successo, perché propone nozioni facili, senza verifiche e a poco prezzo), mi si permetta una domanda: insegnanti, dove siete finiti? Documentatevi e seppellite sotto una mole di dati, fatti e studi storici chiunque voglia propinarvi la storiella del genocidio contro gli italiani fatto dai cattivi slavi. Non fatevi fregare dal collega (o da chi per esso) che vi porta una dispensa ciclostilata curata perlopiù dall’ANVGD, una associazione che ha sempre fatto, purtroppo, la parte del leone nel diffondere disinformazione e falsità. Dispense dove non ci sono mai fonti o, se ci sono, provengono dal campo filofascista e foto clamorosamente taroccate. Inoltre, se vi viene qualche dubbio, un’ultima domanda: lo sapete quale possente infrastruttura amministrativa sia necessaria per organizzare un genocidio? Avete presente di cosa hanno avuto bisogno i nazisti, ma anche i fascisti, per realizzarlo?

Per chi abita nel nord est come me, c’era un campo di concentramento per civili deportati dalla Jugoslavia, attivo tra il 1942 e il 1943, proprio a pochissimi chilometri da Treviso. Di questo campo si conosce l’esatta ubicazione, ma quasi nessuno lo conosce. Iniziate da lì, anziché dalle mirabolanti foibe che non si sa mai dove si trovino (e attenti alla foiba taroccata di Basovizza). Insomma, insegnanti, se non fate un po’ di informazione documentata voi, chi la deve fare?

Terzo (e ultimo) punto, le fonti: proprio per non fare come quelli che ti mettono nelle mani dei foglietti privi di fonti e riferimenti, indicherò qui qualche elemento che può, spero, essere di stimolo a quanti avranno il desiderio di approfondire. Non prendetelo come qualcosa di esauriente e completo, ma soltanto come un punto d’inizio e fate sempre attenzione a chi sono gli autori di libri e articoli che potreste trovare lungo il vostro cammino. Informatevi, verificate chi dice la verità e chi no. Tutto sommato, individuare gli storici o gli scrittori affidabili non è così difficile, se si mantiene attivo il senso critico.

Eccoci, dunque. Questo è un link che propongo sempre, ogni anno. Contiene numerosi articoli, tutti scritti da storici esperti e in gamba. Richiede tempo e attenzione, ma è di grande livello e può essere usato a seconda di quanto si desidera andare a fondo:

La storia intorno alle foibe – Nicoletta Bourbaki – Internazionale

Qui, invece, un video di cui è protagonista lo storico Galliano Fogar. A partire dal minuto 3.19, Galliano Fogar, storico serio e preparato, tra gli animatori dell’Istituto Regionale del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, in circa 5 minuti asfalta letteralmente la storia fantascientifica del progetto di genocidio anti italiano ad opera degli slavi tanto cara alla narrazione dominante del giorno del ricordo. Inoltre demolisce anche la fantsmagoria di numeri che ogni anno accompagna questa storia delle foibe.

Tre libri: Fenomenologia di un martirologio mediatico di Federico Tenca Montini. Con una scrittura sempre chiara, Montini illustra prima la storia dell’occupazione fascionazista della Jugoslavia e poi quella dell’istituzione del Giorno del Ricordo.

E allora le foibe? – Fact checking: la storia alla prova dei fatti di Eric Gobetti. A dispetto del titolo, evidentemente polemico, si tratta di un libro che ha dalla sua la brevità e un linguaggio facilmente comprensibile, destinato (come l’autore stesso dichiara) ad una divulgazione indirizzata soprattutto a chi non ha più di tanta dimestichezza con la storia. Questo è un libro molto chiaro e lineare, grazie al quale ci si può rendere conto, anche senza avere già conoscenze approfondite in materia, di cosa si celi storicamente dietro il termine ormai abusato “foibe”. Un libro breve ma storicamente rigoroso, il cui autore si occupa proprio di storia del fascismo, consigliato soprattutto a chi vuo farsi un’idea senza rinunciare alla precisione dei dettagli storici.

Di là del muro di Francesca Meneghetti. Si tratta di un corposo volume che analizza la storia del campo di concentramento fascista attivo tra il 1942 e il 1943 a Monigo, alle porte di Treviso. Al suo interno trovarono la morte molti civili deportati dalla Jugoslavia, che furono lasciati a morire di fame e di freddo dentro le sue mura. Bambini e neonati compresi.

Infine, un link che è ormai una sorta di evergreen. Lo storico Piero Purini analizza i (molti) falsi fotografici sulle foibe: fotografie che dicono di mostrare i crimini dei comunisti jugoslavi a danno degli italiani, mentre invece mostrano crimini italiani contro civili jugoslavi durante l’occupazione del 1941-43. Ogni anno queste foto fanno il giro di molti giornali e siti internet in occasione del 10 febbraio.

Il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe (wumingfoundation.com)

Giulio Regeni. Ragazzo per sempre, suo malgrado. In memoriam.

Stamattina, durante una giornata particolarmente allucinata, ho pubblicato sul mio profilo Facebook il brevissimo testo che compare qui sotto. Parla di Giulio Regeni e, più in generale, dell’Italia come nazione fondata sull’ingiustizia (sociale, civile, giudiziaria e chi più ne ha, più ne metta). In breve, è un mio personale grido di rabbia, frutto forse anche dell’allucinazione che mi pervade oggi e dalla quale non riesco a liberarmi. Rappresenta, in definitiva, un invito a schierarsi, per una volta. Rappresenta la mia piccola, inutile, parte di scrittore. Dobbiamo molte scuse a Regeni e ai dimenticati come lui. Dimenticati il cui elenco è pressoché infinito. Dobbiano loro anche, finalmente, la decisione di aprire la bocca e schierarci. Mi spiace solo che, da autore sconosciuto, io non possa dare maggior voce al mio pensiero e, con esso, anche alla moltitudine di Giulio Regeni scomparsi nella voragine dell’ingiustizia italiana.


Dunque è così: pretendiamo (giustissimamente, tra l’altro) giustizia per Giulio Regeni nel paese che non è stato in grado di far pagare le proprie colpe al fascismo. Nel paese dove ogni giorno altri giovani come Regeni muoiono sulle impalcature di tutta la nazione. Nel paese dove la polizia carica brutalmente un corteo di studenti in ricordo di un loro compagno morto nell’abominio dell’alternanza scuola-lavoro (sappiatelo, le parole sono importanti, io che sono uno scrittore lo so: quella non è alternanza, ma sfruttamento classista). Nel paese dove non è possibile sciogliere CasaPound. Potrei andare avanti, ma non lo farò. Vogliamo giustizia per Giulio Regeni, ma senza batterci quando c’è da schierarsi e seguitando a credere nei politici taumaturghi, come nell’antichità credevano nei re taumaturghi (per la cronaca, si, questa è una citazione del grande Marc Bloch, ammazzato dai nazisti, a suo tempo). Continuiamo pure a sognare, perché no? Magari riusciremo a non svegliarci mai dal sogno e a credere davvero che, non schierandoci, qualcosa un giorno cambierà. Come fece notare Ottolenghi, uno dei personaggi dell’Altipiano di Emilio Lussu, i nemici non sono quelli davanti a noi, verso i quali ci mandano all’attacco, ma quelli alle nostre spalle, a Roma. E in molti altri posti, vien da dire, visto che colonizzano qualsiasi spazio, fisico e mentale, senza che ce ne accorgiamo.

Qui sotto, Giulio Regeni. Ragazzo per sempre, suo malgrado.

Giornata della Memoria. Non furono solo i nazisti i cattivi.

Questo pezzo è stato pubblicato per la prima volta circa un anno fa. Lo ripropongo nuovamente, con qualche aggiunta e, qua e là, qualche piccolo aggiustamento. Lo faccio perché le questioni poste in evidenza lo scorso anno sembrano essere ancora perfettamente valide oggi. Forse, paradossalmente, oggi sono ancora più valide di ieri, giacché siamo in presenza di inquietanti rigurgiti fascisti in cui si ripropongono accostamenti imbarazzanti e offensivi tra le pratiche del Terzo Reich e i provvedimenti anti-COVID a tutela della salute pubblica e a tutela (non dimentichiamolo) delle cosiddette categorie a rischio. Viviamo sempre in un Paese che mai ha fatto i conti col proprio passato e specielmente col fascismo e con le sue origini, vale a dire la Grande Guerra. Viviamo sempre nel Paese in cui un Ministro degli Interni (ma sarà ancora il caso di usare le maiuscole?) ha potuto impunemente (e nell’indifferenza generale) equiparare bellamente le foibe ad Auschwitz. Viviamo sempre, dopo tutto, nel Paese che non riesce a sciogliere Casapound e tutta l’accozzaglia di organizzazioni fasciste che le stanno intorno. Viviamo in Italia, insomma: il Paese dove non manca mai la citazione da Se questo è un uomo, ma manca sempre la constatazione che fu un delatore italiano a far arrestare Primo Levi e i suoi compagni resistenti in mezzo alle montagne e che furono i fascisti a spedirlo a Fossoli, da dove partivano i convogli ferroviari diretti in Germania o, come nel suo caso, ad Auschwitz. Ecco il perché della riproposizione di questo pezzo sull’ennesima incipiente Giornata della Memoria che, ci sarà da scommetterlo, si trasformerà facilmente nell’ennesima occasione sprecata per approfondire uno tra i capitoli più bui della nostra storia.


Premessa: questo pezzo, volutamente, non contiene immagini. La scelta è motivata da una semplice ragione. Per una volta, concentriamoci sulle parole e non su ciò che colpisce più facilmente gli occhi.


Lo ammetto subito. Non sono mai stato un amante delle giornate intitolate a ricordare qualcosa. Ci sono troppe giornate e troppe persone che si lavano la coscienza grazie al fatto di aver ‘ricordato’ qualcosa in una certa data del calendario. A cosa servono, dunque, le giornate come quella della Memoria istituita il 27 gennaio?

Dovrebbero servire a ricordare, a tenere attiva la memoria. In realtà, è vero tutto ciò? O non è, più che altro, maquillage? Forse sarò controcorrente, non lo so, ma ho sempre di più l’impressione che la Giornata della Memoria sia solo un vuoto esercizio retorico per lavarsi la coscienza e versare la lacrimuccia d’ordinanza sul destino delle vittime dello sterminio nazista. Non riesco a liberarmi dalla sensazione che si ricordi solo ciò che fa comodo ricordare, tralasciando tutto il resto.

Ci si limita sempre di più a sottolineare quanto i tedeschi fossero cattivi, condividendo magari la classica immagine del binario ferroviario all’ingresso del campo di Auschwitz come inderogabile corollario, ma ci si guarda bene dall’approfondire la questione.

Vorrei, dunque, buttare lì qualche domanda alla quale in uno spazio come questo non sarà possibile dare risposta. A volte, però, l’importante è iniziare a farsele, le domande, soprattutto in tema di sterminio nazista e argomenti correlati, perché la memoria non deve essere selettiva. La memoria deve mantenere in vita tutto ciò che può aiutare a chiarire una questione, anche quando si tratta di argomenti scomodi.

Siamo italiani. Perché nessuno ricorda (o, se lo fa, non lo fa con la dovuta insistenza) quanto l’Italia fascista abbia collaborato attivamente allo sterminio e alla persecuzione degli ebrei? Perché nessuno si sforza di ricordare fino in fondo le leggi razziali italiane? Leggi che, giustamente, lo storico Michele Sarfatti (tra i massimi esperti di storia degli ebrei d’Italia e della loro persecuzione) ha proposto di definire per ciò che sono: leggi razziste. Perché nessuno si sforza di elencare le nefandezze di Mussolini e dei suoi collaboratori? Perché, insomma, il ruolo degli italiani non viene mai ricordato, come se esistessero solo i nazisti? Ci si concentra su Primo Levi (quando fa comodo e senza contestualizzarlo in modo corretto, di solito), ma chi fu ad arrestare Levi nel 1943? E ancora: come mai nessuno ricorda che il delatore grazie al quale fu tratto in arresto era italianissimo? E perché, per una volta, non si cominciano a leggere gli altri testi di Levi, come ad esempio Il sistema periodico, per citarne uno più accessibile di Se questo è un uomo?

Vogliamo poi parlare della ‘celebrazione’ del Giorno della Memoria in un paese come il nostro, in cui non si sono mai fatti i conti col fascismo, con i risultati che sono sotto gli occhi di chiunque non abbia spento completamente il cervello? Si può fare un Giorno della Memoria in una nazione che non conosce nemmeno l’esistenza dei campi di concentramento e internamento fascisti (italiani, dunque, non dei nazisti)? Qualcuno ha mai sentito parlare del campo di Monigo, dove tanti civili hanno trovato la morte tra il 1942 e il 1943? Si trova alle porte di Treviso, chi abita nel nord est come me dovrebbe conoscerlo, ma non è così. Oppure il campo impiantato in terra jugoslava, nell’isola di Arbe dove migliaia di uomini, donne e bambini furono tenuti in tende fatiscenti in pieno inverno, senza medicine né cibo, provocandone spesso e volentieri la morte. Perché nessuno lo ricorda, sottolineando che era un campo italiano e non nazista?

Giorno della Memoria, ma a corrente alternata. L’elenco sarebbe pressoché infinito, ma qualcosa va pur detto. I crimini italiani, fascisti, in Jugoslavia, ad esempio. Perché nessuno ricorda l’invasione (senza dichiarazione di guerra) della Jugoslavia, nel 1941, dell’esercito italiano al fianco di quello nazista? Perché non si ricordano i paesi incendiati (con o senza persone dentro, indifferentemente), le deportazioni, i processi sommari, la trasformazione di Lubiana in un lager a cielo aperto nel corso di una notte? Perché non si ricorda la pulizia etnica attuata dal Regio Esercito tra il 1941 e il 1943 in queste terre? Tutto ad opera degli italiani. Perché i cattivi sono sempre e solo i nazisti? Non parliamo poi del colonialismo italiano in Africa, terreno sperimentale per le leggi di razziste contro gli ebrei. Qualcuno sa che la strage di copti (e cioè a dire perfettamente cattolici) di Debrà Libanos è stata la più grande ad aver coinvolto dei cristiani nel XX secolo e fu messa in atto dagli italiani? Nemmeno la chiesa li ricorda più, i copti di Debrà Libanos, probabilmente perché la loro pelle era nera anziché bianca. Ma proseguiamo pure a dire che i cattivi erano solamente i nazisti.

Vogliamo parlare della Risiera di San Sabba, a Trieste? E via con la stanza degli orrori nazisti. Ma a Trieste e in tutto l’Adriatisches Künstenland (la Zona Operazioni Litorale Adriatico) c’erano anche gli italiani della RSI, che si prodigarono in tutti i modi per aiutare i nazisti a dare la caccia agli ebrei e agli oppositori politici, spedendoli in Risiera (accertandosi prima di averli derubati e percossi). Perché nessuno parla del ruolo della polizia italiana di Trieste nella persecuzione e deportazione degli ebrei e degli oppositori della città che gli italiani desideravano possedere fin dalla Grande Guerra?? Perché nessuno parla dei collaborazionisti italiani (alcuni anche ebrei, purtroppo) che aiutarono le SS di Odilo Globocnik, il responsabile della polizia nazista e delle stesse SS di Trieste? Che dire, ad esempio, del ruolo svolto dal questore e dal prefetto di nomina fascista durante l’occupazione nazista di Trieste? E che dire della parzialità inquietante che ha caratterizzato lo svolgimento del processo (ovviamente intentato contro i soli nazisti) negli anni Sessanta del Novecento per perseguire i crimini messi in atto in Risiera? Per chi fosse interessato a questi temi rimando, oltre ai saggi storici propriamente detti, anche al mio romanzo La scomparsa di Luciano Engelmann, che approfondisce con gli strumenti del romanzo storico proprio il periodo dell’occupazione nazista di Trieste (ma anche la sua storia novecentesca precedente). Il libro contiene anche una postfazione ad opera dello storico Daniele Ceschin, che contestualizza ulteriormente proprio la trasformazione della Risiera in lager, l’occupazione nazista e il ruolo dei fascisti.

Insomma, ce ne sarebbero di argomenti, compreso il fatto che ancora oggi abbiamo una politica che esalta il fascismo in continuazione, in tutto l’arco parlamentare, a partire dalla zona più destrorsa fino a quella ormai ex sinistrorsa e trasformatasi da molto tempo in una copia carbone di quella destrorsa. Ma, ovviamente, è più comodo sostenere che i cattivi sono stati sempre e solo i nazisti. Gli italiani, in fondo, erano brava gente e, se hanno partecipato in qualche modo, è stato certamente per sbaglio.

Infine, prima di chiudere, vorrei spendere due parole su Schindler’s List, il celeberrimo film di Steven Spielberg che ogni anno viene riproposto in televisione e che sembra diventato anch’esso un accessorio irrinunciabile della Giornata della Memoria, insieme alla lacrima d’ordinanza da versare a comando. Tralasciamo quanto il riproporlo associandolo alla Giornata della Memoria contribuisca a banalizzare il film. Vorrei, invece, porre qualche domanda, pur essendo consapevole di non poter fornire qui le risposte, ancora una volta. Qualcuno si è mai accorto del ruolo, più o meno previsto, che il film ha svolto nella banalizzazione di Auschwitz a cui siamo giunti? Auschwitz è diventato una specie di marchio, ormai, per indicare un sinonimo di nazismo e anche per raccattare facili successi commerciali, ad esempio con operazioni editoriali oscene nelle quali compare la parola ‘Auschwitz’ nel titolo di un libro e, allo stesso tempo, si truffano i lettori spacciando per storie vere le fantasie e le distorsioni storiche dell’autore. Nessuno si prende la briga di approfondire. Alcune di queste osservazioni le fece, ancora una volta, Michele Sarfatti molti anni fa ormai. Qualcuno ha osservato, ad esempio, che Auschwitz è stato aperto nel 1940, mentre Hitler è arrivato alla carica di Cancelliere nel lontano 1933? Qualcuno si è chiesto cosa sia accaduto durante quei sette lunghi anni? Qualcuno ha osservato che, almeno all’inizio, Auschwitz non era un campo di sterminio di massa e, almeno fino al 1942, era possibile essere rilasciati dal campo? Questo non significa che Auschwitz non fosse un campo dove si moriva in grande quantità e non significa nemmeno che non fosse fin dalle origini un abominio, ma è importante conoscere i dettagli della questione. Quanti conoscono la storia dei campi nazisti, a partire dal lontano 1933, e conoscono l’uso dello strumento legale (o meglio, extra legale) della custodia preventiva che ne ha consentito la diffusione? I politici moderni hanno tentato e tentano di continuo di riproporla in tutte le salse possibili, perché è una misura di polizia, al di fuori della legge, che piace tanto a tutti i partiti politici.

Ma torniamo per un momento ancora al film. Spielberg ha mostrato solamente la parte di storia funzionale al suo film, com’era ovvio, ma nessuno si è preoccupato di sottolineare che la storia della Germania nazista non comincia d’un colpo, con Auschwitz, e che non ci si può limitare in nessun caso a sostenere che la parola ‘Auschwitz’ spieghi tutto. Se proprio bisogna celebrare questa Giornata della Memoria (ma tra un paio di settimane inizierà l’inevitabile coro del: ‘Ma allora le foibe?’ che uscirà dalla solita cloaca fascista), almeno facciamo lo sforzo di viverlo con un minimo di consapevolezza, magari guardando il film di Spielberg con maggiore attenzione, e indirizzandoci ad approfondire tutta la nostra storia e non solo quella che più ci fa comodo. Se essa continua a ripetersi, è anche perché sempre meno persone si interessano a conoscerla fino in fondo.

Piccola bibliografia, da intendersi in modo assolutamente non esauriente:

La scomparsa di Luciano Engelmann – lettura di un estratto

Ecco una lettura di un breve estratto dal mio ultimo romanzo, La scomparsa di Luciano Engelmann, uscito a inizio novembre. Qui una presentazione del libro.

Qui il testo dell’estratto:

Trieste, dicembre 1944 – nei pressi di Piazza della Borsa

Verso le tre di una gelida notte senza luna, una Mercedes nera accostò al marciapiede e si fermò vicino al grande portone di un edificio residenziale, nelle vicinanze di Piazza della Borsa.

A bordo dell’auto si trovava un solo uomo, in divisa da SS. L’uomo, una volta spenti i fari e il motore della Mercedes, si accese una sigaretta e rimase in attesa, nel buio. Il tizzone ardente gli illuminava debolmente i lineamenti tesi. Stava decidendo se procedere col suo piano. Si trattava di un’idea rischiosa, ma il premio in palio poteva essere davvero grosso. C’era la possibilità di un ulteriore avanzamento di carriera, con tanto di notevole balzo in avanti per la sua reputazione. Forse ci sarebbe stato anche un mucchio di soldi da arraffare, qualora fosse riuscito a farsi sganciare le informazioni giuste. Mentre continuava a fumare la sigaretta, l’uomo mise il finestrino dell’auto in fessura, per consentire al fumo di fuoriuscire nel gelo della notte. Man mano che aspirava nervosamente, l’uomo delle SS si convinse sempre di più che valesse la pena correre il rischio di quell’operazione segreta. Quando la sigaretta finì, la decisione era ormai presa.

Lo sportello della Mercedes si spalancò e l’uomo, stringendosi nel cappotto, scese dall’auto gettando il mozzicone a terra.

Sull’altro lato della strada, ben nascosto dietro la colonna di un portico, un secondo uomo osservava la scena. Pochi minuti prima stava camminando per strada, da solo, quando aveva sentito improvvisamente il rumore di un’auto in avvicinamento. Poiché a Trieste, in una notte d’inverno nel 1944, era ben difficile imbattersi in un’auto, aveva subito cercato riparo sotto un portico che si apriva a pochi metri da lui. Pur rendendosi conto del pericolo che correva, era rimasto a osservare quanto avveniva, stando sul lato opposto della strada e respirando a malapena. Tutto ciò che poteva fare, d’altronde, era rimanere fermo, sperando di restare fuori dal radar di quel membro solitario delle SS, fermatosi lì misteriosamente in piena notte.

Non poteva trattarsi di un rastrellamento in piena regola, altrimenti sarebbe già arrivato un camion carico di SS, per strattonare e bastonare i malcapitati indifesi di turno. Di solito avevano questa prassi i nazisti, specie da quando la città era entrata a far parte dell’Adriatisches Küstenland.

La presenza della Mercedes nera poteva significare soltanto una cosa: il tizio in uniforme probabilmente era un pezzo grosso. Era troppo buio per distinguerne chiaramente i lineamenti, ma non potevano esserci grandi dubbi. Quelli si muovevano solo utilizzando auto di lusso, per sottolineare il proprio status di capi intoccabili. Un alto gerarca nazista, dunque, pareva essersi scomodato in piena notte per fare qualcosa di potenzialmente pericoloso, di nascosto da tutti. Ciò non faceva che aumentare il pericolo corso dall’uomo in sosta lungo il portico. Nessun alto papavero si sarebbe mosso di casa alle tre del mattino, se non si fosse trattato di una cosa davvero importante. Se l’avessero beccato mentre spiava la scena da dietro una colonna, l’uomo in attesa non sarebbe giunto vivo al mattino, probabilmente.

Il suo stupore, però, toccò la punta massima quando identificò l’uomo sceso dalla Mercedes in divisa da SS. Dopo aver gettato a terra la sigaretta ormai finita e aver richiuso lo sportello dell’auto, il tedesco si guardò intorno diverse volte, per sincerarsi che in giro non ci fosse nessuno. Poi, direttosi verso il portone del palazzo davanti a lui, ne impugnò la maniglia e si fermò, come preso da un’improvvisa incertezza. Mollò il portone ed estrasse la pistola per poi voltarsi, subito dopo, a scrutare ancora una volta la strada in ogni direzione. Era stato allora che, in un lampo, l’uomo dietro la colonna aveva riconosciuto nientemeno che Odilo Globocnik, l’eminenza grigia che, col pugno di ferro, si dedicava anima e corpo all’incarico di ripulire la città dalla feccia ebraica, nonché da quella slava. Cosa ci faceva lì Globocnik, il capo delle SS e della polizia di Trieste, in piena notte? Perché ci teneva tanto a introdursi in quell’edificio, per giunta con la pistola spianata?

In uscita oggi, La scomparsa di Luciano Engelmann. Con postfazione di Daniele Ceschin

Ci sono voluti quattro anni per arrivare alla stesura definitiva del libro che esce oggi. Quattro anni durante i quali il romanzo ha cambiato titolo, trama e, almeno parzialmente, anche i personaggi. Un lungo periodo, dunque, di aggiustamenti, riscritture, pause, aggiunte e, last but not least, studio. Sì, perché la composizione di un romanzo richiede anche studio, specie se si tratta, come in questo caso, di un romanzo storico. O meglio, di un giallo storico, definizione più precisa in questo caso, a mio parere.

Ma di cosa parla La scomparsa di Luciano Engelmann e dov’è ambientato?

Ci troviamo a Trieste alla fine del 1944, in un gelido dicembre, nel bel mezzo dell’occupazione nazista che da più di un anno avvolge la città e l’entroterra giuliano in una spirale di orrore e violenza apparentemente senza fine. Trieste, infatti, non è una città qualsiasi. Trieste è una città costantemente in guerra per una quarantina d’anni, quelli che vanno dal fatidico 1914, anno d’inizio della tragedia mondiale della Grande Guerra, fino all’ottobre del 1954, momento in cui la città viene assegnata definitivamente all’Italia. In questo quarantennio, Trieste passa dai fasti dell’Impero d’Austria-Ungheria al violento e aggressivo nazionalismo italiano del primo dopoguerra, per poi precipitare nella voragine del fascismo con l’italianizzazione forzata, una nuova guerra, la caccia agli ebrei e, infine, l’occupazione nazista tra la fine del 1943 e la primavera del 1945. Ma non finisce qui. Sebbene non sia un tema del libro, Trieste vivrà altri nove anni di caos, al centro di un braccio di ferro internazionale per stabilire chi dovrà impossessarsi della città. È così che nascono il Governo Militare Alleato (GMA) degli anglo-americani, la Zona A e la Zona B e il pasticcio del Territorio Libero di Trieste (TLT), fino all’epilogo dell’autunno del 1954.

È in questo contesto, dunque, che il romanzo si svolge. Nel dicembre del 1944 Luciano Engelmann, un uomo impegnato nella resistenza antinazista e antifascista, scompare improvvisamente senza lasciare tracce. Pochi e contraddittori indizi sembrano puntare alla Risiera di San Sabba, dove sempre più persone vengono inghiottite in un gorgo di violenza senza fine e chi sopravvive viene messo su un treno diretto nei campi di sterminio in Germania o nell’est europeo. Ma che fine ha fatto, dunque, il triestino Engelmann, ex combattente austro-ungarico della Grande Guerra? È solo uno dei tanti arrestati e deportati in quel periodo a Trieste o c’è sotto qualcosa di più grosso?

Inizia così una pericolosa indagine alla ricerca di quest’uomo scomparso, da parte del fidato amico Kurt Steiner e dell’amata cugina Elena Weiss, nella Trieste con pochissime luci e moltissime ombre dell’occupazione nazista e che porterà i suoi protagonisti a scoprire una verità imprevedibile e scomoda.

Si tratta di un libro che, almeno nelle intenzioni, cerca di coniugare una storia interessante e avvincente, con la necessità di approfondire un periodo storico, quello dell’occupazione nazista di Trieste e dei suoi molteplici aspetti, poco noto al grande pubblico. Si parla spesso della tristemente nota Risiera di San Sabba, ad esempio, ma pochi conoscono in quale contesto essa vide la luce come lager nazista. Non capita spesso di sentir parlare del ruolo italiano, in tutto questo, e, altrettanto raramente, si conosce l’impronta internazionale ereditata da Trieste grazie al suo periodo austro-ungarico. Trieste, infatti, è una città molto poco italiana e decisamente molto mitteleuropea.

La speranza, quindi, è che il libro aiuti, nel suo piccolo, a gettare un po’ di luce su una realtà, quella di Trieste nella storia del Novecento europeo, troppo poco conosciuta e spesso dimenticata, magari catturando il lettore con la storia di Luciano Engelmann e dei suoi agguerriti amici, i quali non si tirano indietro nemmeno davanti alla ferocia dei fascisti della RSI e dei nazisti delle SS, pur di scoprire che fine lui abbia fatto.

Infine, a chiudere queste brevi righe di presentazione del romanzo, sono lieto di poter dire che alla fine del libro, trova spazio una postfazione ad opera dello storico Daniele Ceschin, che va ad arricchire il testo con un ulteriore inquadramento storico della vicenda di Luciano Engelmann e di coloro che non si danno mai per vinti, pur di avere sue notizie.

A questo punto, non mi resta altro da fare, se non augurare buona lettura ai coraggiosi che vorranno affrontare le vicende del romanzo. Per chi vorrà, dunque, ci vedremo tra le pagine de La scomparsa di Luciano Engelmann. Autore e lettori, infatti, si possono sempre incontrare felicemente, una volta vinta la fisiologica diffidenza reciproca!

A questo link il libro è disponibile sul sito dell’editore Meligrana con uno sconto e con altri due libri gratis compresi nell’acquisto.

Qui, invece, lo si trova sul sito di ibs

Qui, invece, è possibile leggere un’anteprima delle prime pagine.

Polvere di nana nera (ovvero dire l’indicibile)

AVVERTENZA / DISCLAIMER: questo testo tratta temi piuttosto forti e potrebbe, per qualcuno in condizioni mentali difficili, costituire una lettura non esattamente corroborante. Se, dunque, non siete pronti a leggere qualcosa che tratta (anche) di morte, suicidio e disturbi mentali, siete pregati caldamente di non leggere ciò che ho scritto di seguito. Credo sia giusto dare questa breve avvertenza per una forma di correttezza verso i potenziali lettori, pur non godendo, questo sito, di grande visibilità o elevati numeri di visitatori. Non ritengo probabile che qualcuno abbia commenti specifici da fare ma, qualora dovesse essere così, sappia che i commenti sono stati disabilitati proprio per via della delicatezza dei temi trattati. Chi dovesse desiderarlo può, eventualmente, comunicare con me attraverso il form presente nella sezione del sito intitolata Contatti, con il naturale limite di non essere offensivi (quando mi arrivano richieste, domande o considerazioni varie, rispondo sempre a tutti.)


Questa fotografia mostra la Terra ed è stata scattata dalla sonda Voyager 1 nel 1990, a oltre sei miliardi di chilometri di distanza dal nostro pianeta. Essa è nota come Pale Blue Dot, il pallido puntino blu (e cioè la Terra stessa.)

Ogni cosa scomparirà, un giorno. Ogni cosa sarà stata inutile e priva di incidenza sulla realtà. Quanti amori, quante fatiche e quanti dolori svaporeranno via in un nulla cosmico, come se non fossero mai stati provati da nessuno? Impossibile quantificare con precisione, eppure accadrà esattamente questo. Non siamo in grado di prevedere cosa accadrà domattina, ma possediamo una scienza capace di illuminare gli eventi da qui a milioni di anni. Pare incredibile ma, più ci allontaniamo da una dimensione prettamente umana, più i dati in nostro possesso si fanno puntuali.

Possediamo un patrimonio di conoscenze talmente sbalorditivo da far invidia a qualunque specie, eppure seguitiamo a vivere da imbecilli. La matematica, la fisica e la chimica ci permettono una vita piena di benessere e di oggetti sofisticati, mentre l’arte, la poesia e la letteratura ci portano a inoltrarci verso vette sempre nuove di apertura mentale. La psicologia fa luce su tutte le disfunzioni alle quali potrebbe andare incontro la nostra mente, offrendoci alcune idee su come superarle. Eppure, ogni nostra singola azione ci riporta verso l’imbecillità e, inesorabilmente, verso la cecità cerebrale.

* * *

Ti ho amata, dunque. Ti ho amata sopra ogni altra cosa. Erroneamente, certo, ma il mio amore resta un fatto. Un fatto che ha rosicato molti anni della mia vita, portandoli con sé, mentre tu non mi dedicavi nemmeno uno sguardo e gettavi tutto alle ortiche. Cos’è rimasto di questo mio amore, se amore si può definire? Già ora, non ne rimane molto.

Soltanto io, ormai, so che un bambino, molto tempo fa, dopo essere stato picchiato da un adulto, ha iniziato a sviluppare una deviazione mentale. Capita, quando questo qualcuno è una persona che dovrebbe incaricarsi di creare spazi sicuri e incontaminati per un’infanzia felice. Invece, per un malinteso desiderio di essere d’aiuto a non si sa chi, finisce col traumatizzare quel bambino. In seguito, in una sorta di effetto domino inarrestabile, il bambino cresce e sviluppa un sistema mentale nel quale crede di essere destinato sempre e solo al dolore e alla squalifica di se stesso. Crescendo, questo bambino metterà in atto tutti i possibili tentativi di individuare qualcuno in grado di restituirgli l’infanzia rubata, che ha visto interrompersi precocemente, davanti ai suoi occhi. Ma scovare questa persona sarà, ormai, impossibile perché, ahimè, l’infanzia nel frattempo sarà finita e nessuno gliela potrà restituire, intatta e incontaminata. E così, il bambino proseguirà il suo cammino inesorabile verso un dolore sempre più grande. Quello dell’infanzia perduta e non più recuperabile.

Egli elaborerà un’attrazione smodata verso ragazze, prima, e donne, poi, che crederà capaci di salvarlo dalla dannazione della sua infanzia negata, ma si sbaglierà. Esse si riveleranno solamente delle infallibili delusioni da inseguire con sempre maggiore forza, zelo e determinazione. Tanto più lo rifiuteranno, quanto più egli le rincorrerà, in un’illusione autodistruttiva di salvezza. Se solo gli riuscisse, per una volta, di raggiungerle, egli sa che potrebbe essere da loro compreso e trovare scampo dal demone che lo bracca ovunque. Ma non sa, il bambino ormai cresciuto, della maledizione che lo accompagna in ogni dove. Già, perché egli non può avvedersi di essere attratto con forza irresistibile proprio da ragazze e donne il cui tratto distintivo è quello di possedere l’incapacità emozionale di dimostrarsi empatiche; non sa che due persone tossiche non producono l’incontro di una coppia sana. E così, inserito in un malefico binario morto, il bambino ormai adulto continuerà a ricercare, allo stesso tempo, la conferma del dolore sperimentato da bambino e la salvezza da quel medesimo dolore, senza riuscire a raggiungere pienamente né l’una, né l’altra.

* * *

Ecco come, quasi per magia, ci si ritrova a veder evaporare anni e anni della propria vita, coinvolti in una spirale autodistruttiva apparentemente senza fine e senza rimedio. Anni trascorsi a credere di amare qualcuno che, per giunta, desidera soltanto avere la più assoluta certezza del nostro annientamento perché, attraverso di esso, possiederà la certezza che non gli recheremo più alcun disturbo.

Ma, anche ammettendo la remota ipotesi che questo bambino cresciuto riesca a venire a capo della situazione e a superarla, individuando l’uscita dal tunnel, cosa resterà, alla fine, di tutto questo? Cosa resterà, insomma, di ciò che ha vissuto?

Inutile girarci intorno: non resterà quasi nulla. L’unica traccia di tutto ciò sarà rinchiusa nella sua mente. Il ricordo e la consapevolezza di quanto ha vissuto costituiranno questa labile traccia. Una traccia che nessuno sarà in grado di vedere, poiché egli la manterrà al sicuro da giudizi e frasi a vuoto, che condurrebbero solamente alla rivelazione dell’incomprensione generale da parte delle altre persone. All’esterno non resterà alcun indizio di tutti quegli anni di dolore infinito, durante i quali l’unico pensiero liberatorio è stato quello del suicidio, pur di far finire l’amore e il dolore. D’altronde, esiste un nucleo indicibile in questo genere di esperienze. È il nucleo della morte. La morte è indicibile e, di conseguenza, anche una parte importante di queste situazioni diviene indicibile.

Come dire, in effetti, ciò che si prova quando si prende una decisione e ci si dice: “D’accordo: oggi, nel pomeriggio, mi ucciderò. Sarò solo in casa, non ci sarà nessuno a disturbare o a intervenire all’ultimo secondo. Sarò libero di procedere e realizzare il mio intento”? Già: come dirlo? Anche a volerci provare, mancano sempre le parole. Si giunge fino ad un certo punto e poi, come per una sorta di maledizione alla quale è impossibile sfuggire, ci si ritrova a corto di termini e definizioni.

Perché accade tutto ciò? Per un motivo semplice, in realtà. Perché la morte è indicibile. La morte potrebbe essere detta solamente da due tipi di persone: coloro i quali l’hanno vissuta, oppure coloro i quali hanno vissuto molto a lungo in sua compagnia e le si sono avvicinati, fino ad arrivarle ad un passo e a sentirne il respiro. Purtroppo, i primi, che sarebbero i più titolati a parlarne, non possono tornare indietro a riferire la propria esperienza; i secondi, sebbene il loro vissuto non sia così adatto allo scopo come quello dei primi, potrebbero ancora essere in grado di dire qualcosa, ma non lo fanno. Non lo fanno perché non possono individuare le parole per comunicare la morte, che hanno guardato negli occhi. Anche lei, infatti, ha potuto guardarli negli occhi, non appena si sono trovati ad un passo, e questo ha provocato una cesura. Ha provocato il passaggio dal dicibile all’indicibile. Oppure, se costoro tenteranno ugualmente di dire la morte, si troveranno a contatto con il paradosso di avere tantissimo da comunicare, ma senza nessuno disposto ad ascoltarli. E, in ogni caso, quand’anche trovassero qualcuno che li ascolti, questa persona non sarebbe in grado di comprendere l’essenza del loro discorso. E così, in un perfetto circolo malefico, torniamo inesorabilmente all’indicibilità della morte.

Quanto, poi, a quell’amore-non amore totale e incondizionato di cui, o lettore ardito di questo strano testo, ti ho reso edotto poco più sopra, vale lo stesso discorso. Trattandosi di un amore-non-amore legato ad un’esperienza infantile ormai conclusa e irrecuperabile (cioè a dire: morta), esso acquisisce spontaneamente la caratteristica di un amore mortifero (dal latino mors = morte e fero = portare, mortifero = portatore di morte) che, per tornare ancora una volta al punto d’origine, non può far altro se non condurre alla morte o, comunque, vicino ad essa. E, come ormai sappiamo molto bene, nulla di ciò che attiene alla morte è realmente e totalmente dicibile.

Come dire, infatti, un amore (nonostante sia anche, allo stesso tempo, un non-amore) talmente intenso e incondizionato da far sentire chi lo vive disposto a tutto, pur di raggiungerlo? Ma non si intende, qui, un ‘disposto a tutto’ in senso generico. Si intende un ‘disposto a tutto’, nel senso, letterale, che possiede la parola tutto. Qualsiasi cosa quella persona voglia da noi, noi la faremmo. Fosse anche la morte. Se lei ci dicesse che vuole la nostra morte, noi la accontenteremmo, come nella Ballata dell’amore cieco di De André. Solo che, a differenza di quanto accade in questo profondissimo brano musicale, nel nostro caso nessuno potrà ascoltare il racconto di cosa accade a lei, cioè alla persona che amiamo, dopo la nostra morte. Non potremo ascoltarlo per due motivi: uno, perché lei, a differenza di quanto si racconta nella Ballata, non si renderà conto del proprio vuoto e dell’inutilità di averci voluto distruggere; due, perché noi siamo morti e, in quanto morti, da tutto ciò, ossia dalla sua ipotetica presa di coscienza, saremo inesorabilmente tagliati fuori per sempre. Ancora una volta, la morte è indicibile. Se nel brano di De André essa appare dicibile, è perché l’autore adotta lo stratagemma letterario (che, in realtà, è uno stratagemma obbligato, in quanto è assolutamente necessario ed è l’unico modo di ottenere lo scopo) di spostare il punto di vista su un personaggio che non muore. Il punto di vista della Ballata, infatti, nella parte finale, si sposta dal protagonista maschile (che muore contento) alla protagonista femminile, che sopravvive. In questo modo, De André può dire la morte di lui e annotare il fatto che lei si ritrovi senza niente in mano: “né il suo amore, né il suo bene / solo il sangue secco delle sue vene.”

E così, anche questo amore folle e autodistruttivo, che avrebbe bisogno più di ogni altra cosa di essere detto e conosciuto, resta confinato nella mente di chi l’ha vissuto. I motivi per dirlo sarebbero molti. Mettere in guardia altri dal commettere gli stessi errori; avvertire chi ci si trova alle prese, che è possibile scovare una via d’uscita; rendere più consapevoli le persone di fronte alle trappole della propria mente; far conoscere una rilevante parte di sé a chi ci sta intorno; far conoscere ai cosiddetti addetti ai lavori cosa pensa, prova e vive chi questi problemi li ha vissuti sulla propria pelle, per anni.

Eppure, nessuno di questi motivi produce nulla. Resta solamente l’indicibilità della morte, dopo esserle passati vicino e averle stretto la mano. Perché insistere a dire qualcosa che, al netto di ogni possibile discorso, più o meno in buonafede, nessuno è in grado di comprendere fino in fondo? Perché insistere, quando tutti pensano che sia un discorso come un altro, privo di particolari risvolti? Nessuno ha realmente tempo, nessuno può arrivare a comprendere un discorso che tenti di rendere dicibile la morte. Nessuno ha davvero voglia di ascoltare fino in fondo e con serietà un simile discorso.

Ciò che resta, a chi ha sperimentato una tale situazione su di sé, è tenerselo dentro anche quando sente che sarebbe preferibile urlarlo ai quattro venti, se non altro come sfogo. Perché, anche dopo aver trovato una via d’uscita, quella parte di vita vissuta resta comunque una parte fondamentale di sé. Una parte che non è possibile dimenticare e alla quale si pensa ogni giorno.

Tutto ciò che resta, dunque, è guardare, ogni tanto, una fotografia di quella persona, con la consapevolezza che essa non è altro, se non un’istantanea che, ormai, già non esiste più. La fotografia, che ci sentiamo quasi costretti a mettere davanti ai nostri occhi, è un’istantanea della morte, in effetti. La persona raffigurata in essa, già non c’è più. È morta, sia perché noi ci siamo costruiti di lei un’immagine mentale non corrispondente al vero, sia perché essa appartiene al passato. E il passato è, per definizione, morto. In questo caso, due volte morto. La prima, perché il passato è esaurito e non può tornare; la seconda, perché, essendo stati rifiutati da quella persona fino al punto che, se fossimo morti, per lei sarebbe stato uguale (o, forse, anche preferibile), noi non ne abbiamo vissuto nemmeno il passato mostrato dalla fotografia. Ed ecco che, indicibilmente, senza poterlo confessare ad anima viva, siamo costretti a guardare quella fotografia e poi a riguardarla ancora (e magari ad accarezzarla, nel tentativo di avvicinarci alla morte contenuta in essa), avvertendo verso quell’immagine un’attrazione quasi morbosa e irresistibile. Si tratta, semplicemente, di attrazione per la morte. Un’attrazione, e ancora una volta chiudiamo il circolo, o lettore che hai avuto l’ardire di seguirmi fin qui, indicibile. Come spiegare, in effetti, tutto ciò a qualcuno? Come spiegare perché dobbiamo guardare quella fotografia? Come spiegare che, fissando su di essa il nostro sguardo, puntiamo gli occhi sulla stessa morte che ci ha stretto la mano, quel giorno di molti anni prima, quando avevamo preso la nostra decisione? Come spiegare che si tratta di una morte che ha le sembianze di lei?

Dunque, la morte è, e resta sempre, indicibile. Si può descrivere come qualcuno muore, ma non la morte in se stessa. Ho intitolato uno dei miei libri alla morte, facendola anche diventare uno dei personaggi del racconto, eppure la morte di Geoffrey (a scanso di equivoci, non c’è spoiler in quanto questo evento è chiaro fin dalla prima pagina), il protagonista del romanzo, pur essendo riportata per ben due volte, non viene mai descritta fino in fondo, in realtà, perché è indicibile anche alla morte stessa. È lui ad averla vissuta, infatti, non lei.

* * *

Nonostante la morte sia indicibile, possiamo dire, però, come finiremo tutti quanti noi e come finirà il nostro mondo. Certo, ancora una volta, la morte vera e propria resta fuori dalla nostra reale portata, ma la scienza ci permette di giungere alla fine dei tempi e, così, di dire qualcosa su questa stessa fine, che equivale alla morte. Grazie alla potenza e alla precisione dei calcoli matematici e dei modelli costruiti su di essi, tramite la fisica e la chimica, possiamo ottenere questo risultato apparentemente impossibile.

Basandoci su questa imponente mole di conoscenze, sappiamo che l’universo attuale è in espansione costante e che le stelle non dispongono di un’energia infinita. Certo, esse hanno una durata incommensurabile, secondo i parametri tipici degli umani, ma resta comunque inteso che la loro energia non è infinita. E resta inteso anche che l’espansione dell’Universo, sebbene noi non ne percepiamo gli effetti, è un dato di fatto matematico che, al momento, non pare in discussione. Possiamo, dunque, prevedere con sufficiente precisione il numero di milioni di anni dopo il quale il nostro Sole passerà allo stadio di nana bianca, dopo aver inghiottito e bruciato l’intera Terra. E già questo potrebbe costituire la parola fine. Definitivamente. Ma si può andare oltre. Quando diverrà una nana bianca, il Sole sarà molto più piccolo, ma con una massa enorme concentrata in una dimensione ristretta, ed emetterà un bagliore simile a quello della nostra Luna, quando è piena. Già questo pare inconcepibile. Ma protendiamo lo sguardo ancora un po’ più in là.

In seguito, mentre l’espansione dell’Universo produrrà una condizione in virtù della quale gli oggetti si troveranno a distanze sempre più sideralmente lontane gli uni dagli altri, al punto che la luce delle stelle rimaste in attività non raggiungerà più nessun oggetto, nemmeno le stelle potranno più nascere. A quel punto, tra molti milioni e milioni di miliardi di anni (una quantità di tempo semplicemente incomprensibile per noi umani, eppure esistente), accadrà che anche l’ultima stella ad emettere luce si trasformerà in nana nera. La nana nera è una stella che ha smesso di emettere luce ed è divenuta un semplice ammasso di materia inerte, che vaga nello spazio. Ogni stella è destinata, alla fine del suo ciclo di esistenza, a trasformarsi in nana nera. Da tutto ciò discende, inoltre, che anche tutti i pianeti, ormai privi di vita e di luce, saranno soltanto degli ammassi di materia inerte che vaga in uno spazio buio e silenzioso, popolato di nane nere ormai spente e non più in grado di ricominciare a pulsare con il proprio antico bagliore.

Ecco, dunque, la fine. Tutti noi, insieme alle nostre vite e ai nostri amori folli e malati, torneremo ad essere ciò che eravamo molte ere fa, all’origine dei tempi: polvere di stelle. Stavolta, però, diventeremo polvere di stelle in un Universo-Cimitero, insieme a miliardi e miliardi di ex stelle e di ex pianeti.

Tutti noi, quindi, siamo diretti verso un punto preciso: l’Universo-Cimitero dominato da una sola entità, la nana nera.Ma anche allora, tutto ciò sarà indicibile, poiché non esisterà nessun occhio umano capace di osservarlo e non esisterà nessun orecchio capace di percepirne il perfetto ed eterno silenzio.

* * *

Il mio amore e il mio dolore sono, già ora, indicibile polvere di nana nera.

Manifesto dello scrittore eterno esordiente (ad uso anche dei lettori più attenti)

Questo manifesto è dedicato allo scrittore operante nella piccola o piccolissima editoria indipendente. Volendo, però, potrebbe essere di utilità anche al lettore di libri, poiché potrebbe fargli comprendere molti meccanismi e realtà nascoste del mondo degli scrittori. In particolare, quelli che non diventeranno mai famosi. Certamente qualcuno potrebbe avere altri punti da aggiungere, ma non ho la pretesa di essere stato esauriente. Sono consapevole che le cose da dire sarebbero ancora molte. Forse, in futuro, riprenderò in mano il manifesto e ne curerò una seconda edizione. Per ora, basti la prima!

  1. CHI È LO SCRITTORE ETERNO ESORDIENTE? Lo scrittore eterno esordiente è chiunque scriva nell’ambito dell’editoria indipendente. In linea generale, esiste una regola aurea per questo tipo di autore. Eccola: che tu abbia pubblicato un solo libro, oppure quattro, oppure quarantaquattro, rimarrai sempre un esordiente. Per il pubblico, un autore che scrive per un’oscura casa editrice priva di visibilità è eternamente un esordiente. Egli deve sempre dimostrare qualcosa a qualcuno; in concreto, deve sempre dimostrare tutto a tutti. Del resto, è un eterno esordiente e gli esordienti, si sa, vanno guardati con condiscendenza. Dall’alto in basso. Egli, dunque, fondamentalmente, non sa scrivere: deve sempre dimostrarlo. Il lettore è sempre lì, pronto, a puntare il dito su una sua storia (o una parte di storia), perché “non è scritta bene”, perché “si vede che proviene da un editore insignificante”, perché “gli editori piccoli pubblicano robaccia e sai quante volte io sia rimasto deluso dopo averci speso dei soldi!”, perché chi più ne ha, più ne metta. Hai quattro libri all’attivo e un quinto in uscita? E cosa importa, tu sei un esordiente, non scrivi mica a livello professionale, che ti credi? Quindi, caro scrittore eterno esordiente, vedi di calare la cresta e di non esagerare con le pretese.
  2. IN QUESTO LIBRO C’È UN REFUSO, OH MIO DIOHHHH! Accade, alle volte, che dentro i libri sfugga qualche refuso. Ebbene sì, gli autori si incazzano, gli editori anche, ma essi rimangono. Fanno parte della vita editoriale, diciamo così. Per quanta attenzione si possa fare, il refuso è sempre pronto a spuntare fuori dove meno te l’aspetti, rompendo il cazzo a tutti. Esistono due tipi di refusi, però, e di ciò il lettore accorto dovrebbe essere messo al corrente. E dunque, il refuso di tipo A è il refuso che fa capo ad un autore famoso. Ad esempio, citando a casaccio, Camilleri. Poi, esiste il refuso di tipo B, quello che fa capo ad un autore che è un signor nessuno (idem dicasi per il suo editore). Cosa cambia, vi chiederete? Cambia tutto, signori miei! Non ci credete? Immaginate di prendere in mano un libro del buon (e ormai compianto) Camilleri e di trovarci un refuso. Qualcosa del tipo: la finestre. Voi che reazione avreste? Quasi certamente, direste qualcosa del genere: “Embè, dov’è il problema? Di sicuro è colpa dell’editor/revisore delle bozze/addetto di redazione vattelapesca che ha commesso un piccolo errore! Camilleri è un maestro e non scrive refusi!” Ora, invece, immaginate di trovare lo stesso identico refuso in un mio libro. Che reazione avreste? Ve lo dico io (e, se siete onesti, lo dovreste dire anche voi): “Ma tu guarda questo Chiarolanza, uno sconosciuto, un esordiente (ma voi, naturalmente, state leggendo il mio quarto libro pubblicato, ndA) e si permette di scrivere un refuso! Ma che screanzato, ho speso 10/12/15/17/1 milione di euri per il suo libro sconosciuto e c’è un refuso! Basta, questo libro lo brucio, sto Chiarolanza non sa scrivere. D’ora in avanti, solo editori famosi e certificati!” Ecco qual è la situazione, mio caro e affezionato lettore. Allo scrittore eterno esordiente (con quattro libri all’attivo e un quinto in uscita) nulla viene perdonato, nemmeno uno stupido refuso che, non essendoci revisori di bozze nella piccola editoria, è perfettamente perdonabile. Ma l’eterno esordiente non ha scuse, si sa.
  3. MA IN LIBRERIA NON HO TROVATO IL TUO LIBRO. Su questo punto la farò breve. No, amico lettore, il mio libro (e così tutti gli altri che ho pubblicato e, se è per questo, nemmeno quelli futuri che, forse, pubblicherò) non lo troverai MAI in libreria. Perché, mi chiedi? Perché i piccoli editori indipendenti sono tagliati fuori per default, per impostazione predefinita, dalle librerie. Alle librerie non importa una sega (ti ricordi il brano M’importa ‘na sega dei CSI? Quello che diceva: m’importa ‘na sega, sai, ma fatta bene? Ecco, quello!) dei libri di autori e editori sconosciuti. Non puntano su di loro nemmeno se uno di questi è un vicino di casa da una vita. Questa è la realtà. Triste, severa, e merdosa. Se vuoi leggere uno dei miei libri, devi spulciare gli store online, oppure chiedere al libraio di ordinare appositamente una copia del mio libro, oppure rivolgerti a me personalmente oppure, ancora, immergerti nei siti degli editori (il più delle volte pagine web illeggibili, che rendono difficoltoso qualsiasi acquisto, anche quando fanno ottime offerte.) Il modo di procurarti il mio libro ce l’hai, o lettore fiducioso, ma devi fare un piccolo sforzo e questo, di solito, crea quella fastidiosa situazione per cui nessuno legge i miei libri (e neanche quelli dei miei colleghi).
  4. E PERCHÉ NON TI CERCHI UN ALTRO EDITORE? E perché tu, o lettore, invece di fare domande a cazzo, non ti metti semplicemente a leggere uno dei miei libri? Ma veniamo al dunque. Non è che io non cerchi un altro editore. È che ne ho cercati decine e decine e i risultati sono stati i seguenti: nessuna risposta; il suo è un ottimo libro, ma noi non lo vogliamo; il suo è un libro con standard di qualità troppo bassi per i nostri livelli; buona idea, ma almeno la metà del romanzo è da buttare; glielo pubblichiamo ma vogliamo tagliare 112 pagine su 300; solo i grandi autori si possono permettere di compiere questa scelta narrativa ______ inserire un’espressione a piacere sopra la riga vuota. Ergo, amico lettore, non ho tutto il giorno per scrivere ai trilioni di biliardi di editori italiani, la maggior parte dei quali mostra una professionalità quanto meno discutibile (e ti prego di non insistere perché le parolacce fanno parte del mio abituale vocabolario quotidiano e, più di qualche volta, pure le bestemmie. Uomo avvisato, mezzo salvato.)
  5. E PERCHÉ NON FAI TRADURRE IL TUO LIBRO IN INGLESE/FRANCESE/TEDESCO/UCRAINO/KHMER/ESPERANTO? Perché, per non dilungarmi troppo, non ho a disposizione le migliaia di euri occorrenti per una traduzione qualificata di un testo letterario. Oltre tutto, migliaia di euri a fronte di probabilità sostanzialmente nulle che serva a qualcosa.
  6. E QUANTE COPIE HAI VENDUTO DEL TUO LIBRO? E tua moglie (o tuo marito), o lettore (oppure lettrice) quante/i amanti ha? Forse, o lettore (oppure lettrice), non ti rendi ben conto di ciò che dici. O forse pensi che, per il solo fatto di aver pubblicato un libro, io abbia venduto migliaia di copie. Ebbene, sappi che solitamente nella piccola editoria, le copie si misurano sulle dita di una mano o al massimo due. Raramente si va oltre e si riesce superare la cinquantina. Così, per darti un’idea, amico lettore (o lettrice) di come funziona il brillante mondo dell’editoria.
  7. QUANDO FAI UNA PRESENTAZIONE? Molto probabilmente tu, amico mio, hai in mente le presentazioni con le ragazzine urlanti di Alberto Angela e perciò me lo domandi. Per organizzare una presentazione occorre una libreria che ti ospiti. E, logicamente, una libreria che risponda alle tue e-mail. Già qui, molte librerie possono essere depennate dalla lista. Quando ne trovi una che risponde, devi: incastrare data e ora, trovare un presentatore che ti affianchi e che sappia il fatto suo (onde evitare la noia mortale, perché tu non sei Alberto Angela), pensare agli argomenti da trattare, incontrarti col presentatore per provare il dialogo che instaurerete, invitare quante più persone possibili (e che, spesso, ti daranno buca all’ultimo minuto, sempre perché tu non sei Alberto Angela). Ho detto tutto? Non lo so, ma ciò che ho detto rende abbastanza l’idea.
  8. PERCHÉ, DUNQUE, CONTINUI A SCRIVERE LIBRI? Buona domanda, amico lettore, buona domanda! Fondamentalmente, la risposta è la seguente: perché sono un incosciente. Esatto, un incosciente. Questa è la ragione. Solo un incosciente può credere che i libri destino interesse e che qualcuno si scomoderà per leggere cos’ha da dire un oscuro e sconosciuto autore che si fa il culo per scrivere libri letterariamente completi e validi. Solo un incosciente può aspettarsi di essere considerato uno scrittore, anche se non ha il marchio famoso alle spalle. Solo un incosciente può ritenere che lo sforzo necessario per creare un romanzo o un racconto (e per studiare e fare ricerche) sia considerato un lavoro e non un passatempo per il quale la gente si aspetta di poter leggere gratis i suoi libri (ma spesso si rifiuta di leggerli anche se glieli regali o li svendi a pochi spiccioli). È questa la ragione per cui, da un momento all’altro, potrei smettere di scrivere e nessuno, a parte me, se ne accorgerebbe. Nessuno ne sentirebbe la mancanza. Già, perché noi siamo quelli che: “Com’è andata la presentazione?”, e diciamo: “Bene, grazie”, per non ammettere che c’erano solo due persone e abbiamo dato via una sola, risibile, copia del nostro libro. Siamo quelli che: “Come procede il libro?”, e diciamo: “Bene, grazie”, per non dover ammettere che in un anno ha venduto 8 copie. E quindi, siccome non sono ignaro di tutto ciò che ho appena scritto (pur essendo un incosciente, questo va detto), sono sempre sul punto di smettere, per mancanza di lettori e di riscontri. Forse scriverò ancora, o forse no. Tu, però, o lettore, cerca di essere consapevole di cosa si nasconde dietro un libro e, nel frattempo, fai la tua parte per correggere la rotta, finché sei in tempo…

Immagini e video dalla presentazione collettiva organizzata da Libreria Ribelle a Noale

Ieri, sabato 25 settembre, in Piazzetta del Maistro a Noale in provincia di Venezia, si è tenuta la prima presentazione collettiva di autori facenti parte della Libreria Ribelle. Chi volesse saperne di più, può cliccare qui e leggere con precisione cos’è questa nuova realtà. In estrema sintesi, si tratta di una nuova libreria che, pur non disponendo ancora di una sede fisica, propone (per ora solo sul web) soltanto autori non noti e che, perlopiù, lavorano nell’ambito della piccola o piccolissima editoria indipendente.

Ieri, dunque, c’è stato questo primo esperimento di presentazione collettiva al quale io stesso ho preso parte. Nonostante qualche limite prevedibile, poiché tutte le prime sono di per se stesse sperimentali e contengono aspetti da limare e mettere a punto, ci tengo a sottolineare che si è trattato di un’esperienza importante. In primo luogo, perchè completamente nuova. Non è mai esistita una libreria con caratteristiche simili e non si è mai fatta, che io sappia, una presentazione dedicata soltanto ad autori sconosciuti e afferenti alla piccola editoria. In secondo luogo, si è trattato di un tentativo, seppur limitato e da affinare, di dare visibilità a questi autori e al progetto di una libreria che si propone di fare qualcosa di arduo, ma estremamente importante: mostrare al pubblico che, perlopiù, la ignora, l’esistenza di una ricca e fertile realtà editoriale al di là dei soliti quattro-cinque grandi editori che monopolizzano e cannibalizzano il mercato dei libri in Italia. Compito improbo e, forse, a suo modo incosciente, in un certo senso. Ma certamente si tratta anche di un compito nobile, che tenta di valorizzare l’oscuro lavoro di tante persone (compresi gli editori e gli editor, non dimentichiamoli!) senza le quali i libri che si trovano sul sito della LIbreria Ribelle e che ieri sono stati presentati non potrebbero esistere. Un plauso, dunque, a Valentina Bobbo, instancabile animatrice di queste iniziative e che ha organizzato anche questo evento, senza timore delle mille difficoltà del caso. Tra le molte, certamente il coinvolgimento del pubblico è uno di quelli più difficili ma, nonostante, la scarsa affluenza, resta tutto il plauso per aver voluto portare a termine questo evento che rimane, anche per il solo fatto di averlo realizzato, un successo.

Per concludere, dunque, dedico il mio personale ringraziamento non solo a Valentina, che si merita comunque il primo posto, ma anche all’attrice Sara Corsini che ha curato delle letture di estratti dei libri presentati emotivamente coinvolgenti, con l’ausilio dei sottofondi musicali del dj Nicola Mestriner e agli altri colleghi autori che, pur tra tanti ostacoli, hanno voluto partecipare all’evento.

Qui sotto, troverete alcune immagini del mio intervento di presentazione della raccolta di racconti La donna che attendeva il crepuscolo (cliccando sul link è possibile leggere anche gli incipit di tutti e 5 i racconti) e, per chi ha pazienza e interesse, anche alcuni video tratti sempre dal mio intervento e dalla lettura di Sara Corsini. Si tratta di immagini e video fai da te, quindi perdonerete, spero, le imperfezioni o le interruzioni che qualche volta si potranno notare. Purtroppo ci sono anche delle campane che suonano alla grande, proprio in alcuni tratti del mio intervento, ma non erano eliminabili, trattandosi di una presentazione “di piazza”. Fatte queste necessarie precisazioni, ecco foto e video, come promesso.

Il tassello mancante – Testo integrale del racconto finalista alla trentunesima edizione del Premio letterario Trichiana paese del libro

Ecco il testo, finora inedito, del mio racconto Il tassello mancante che ha partecipato al concorso letterario “Trichiana paese del libro” di quest’anno. Non mi dilungo nel farne una lunga presentazione. Lascio qui sotto il testo integrale del racconto, come del resto è stato per la giuria che l’ha scelto per la finale e che l’ha letto senza sapere nulla né di me, né di come è nato il testo. Mi limito a dire soltanto che si tratta di una storia vera, trasformata da me in un racconto letterario. Per chi fosse interessato, cliccando qui è possibile ascoltare l’incipit del racconto, letto dal bravissimo Guido Beretta di Radio Belluno. E ora, vi auguro buona lettura!

* * *

Buio. Tutto è avvolto nel buio. Non so perché ma, anche se questi fatti accadono in pieno giorno, io vedo solo oscurità ovunque, intorno a me. Nel mezzo di quest’atmosfera nera che mi avviluppa con le sue possenti spire, dei tuoni assordanti mi colpiscono, stordendomi. Concentrandomi meglio, mi accorgo che in realtà non si tratta di tuoni. No. Sono qualcosa di molto più intimo e pericoloso. Sono qualcosa che sconquassa la mia mente allucinata. La mente allucinata di un bambino. Diciamo un bambino di un’età compresa tra i cinque e gli otto anni circa.

Il tuono si rivela in tutta la sua ferocia, finalmente. Uno schiaffo mi colpisce con violenza. Sulla faccia. Poi un altro. Non posso reagire. Vorrei, ma non posso. Lo so anch’io, pur avendo soltanto pochi anni di esperienza nella vita, che un bambino non può reagire quando un adulto lo picchia. So di non avere difese, ma l’istinto di sopravvivenza esiste anche nei momenti in cui non c’è possibilità alcuna di proteggersi. E così, mi resta soltanto l’automatismo. Nonostante io non capisca più nulla, il mio cervello, senza che io me ne renda conto, ordina alle mani di proteggermi il viso. Ovviamente tutto ciò è perfettamente inutile. Anche questo lo so perfino io, un bambino indifeso. Sono del tutto consapevole che la velocità di reazione di un bambino non può stare al passo con la volontà di un adulto deciso a picchiarlo e a fargliela pagare, perché gli rende la vita difficile. E infatti, vengo colpito ancora. E ancora. E ancora, nonostante gli sforzi del cervello di dirigere le mani nei posti giusti, in un superfluo tentativo di produrre uno schermo protettivo contro le botte che mi piovono addosso.

Sento le lacrime scorrere, incontrollate. Sento tutto il mio corpo tremare, anch’esso ormai fuori controllo, mentre le mani roteano a vuoto nell’aria satura di urla, alla ricerca di una vana protezione dai tuoni sempre più violenti che si accaniscono su di me.

Urla. Sento molte urla. Le mie, certo, ma anche quelle dell’adulto che mi sta picchiando. È ovvio urlare mentre si picchia qualcuno, lo so perfino io che sono soltanto un bambino. Sarebbe strano, me ne rendo ben conto, percuotere una persona senza emettere grida rabbiose. Eppure, non riesco a non avvedermi di quanto quella voce alterata e ringhiosa sia in grado di incidere in profondità la carne della mia mente in subbuglio. Già. So che quelle grida piene di livore lasceranno un segno indelebile, color porpora, esattamente come le botte che mi colpiscono. L’unica cosa che ancora non so è quanto incideranno. Avrò tempo per scoprirlo.

Mentre i colpi e le grida proseguono, una sola domanda riempie tutto lo spazio dell’angusto orizzonte che la mia mente bambina è in grado di abbracciare: quando finirà? Tra quanto tempo l’adulto deciderà di avermi schiaffeggiato e malmenato abbastanza? Per quanto ancora dovrò starmene qui, indifeso, a farmi colpire e insultare? Qualsiasi sia il tempo necessario a far finire tutto questo, sarà sempre troppo lungo per me.

* * *

Faccio un salto e mi alzo di colpo dalla sedia. Mi guardo intorno, stordito, con gli occhi spalancati e i nervi tesi, a fior di pelle. Sono pronto ad affrontare una grave minaccia che, ne sono certo, incombe su di me. Invece, dopo qualche secondo, mi rendo finalmente conto che è soltanto lo squillo della suoneria del telefono.

Emetto una serie di respiri affannosi, mentre seguito a guardarmi intorno alla ricerca di quel dannato telefono, che continua a suonare, imperterrito. Per fortuna lo vedo quasi subito, lì, sul tavolo, proprio davanti a me. Lo afferro con foga. Lancio uno sguardo fulmineo allo schermo per vedere chi mi chiama e rispondo. Una chiamata di lavoro. Me la sbrigo in meno di un minuto. Quando riattacco, non sono nemmeno in grado di ricordare chi fosse l’interlocutore e cosa volesse. Non importa. Ci avrà pensato il mio cervello, in modalità ‘pilota automatico’, a gestire la situazione. Se ho detto qualcosa di male, mi richiamerà, chiunque sia.

Poso il telefono sul tavolo e mi guardo intorno, per riprendere confidenza con la realtà che mi circonda. Ho più di quarant’anni, ora, e mi trovo in casa mia, all’ultimo piano di un bel condominio nel quale mi sono trasferito l’anno scorso. Di questi dati, sono certo. Di tutto il resto, no. Ad ogni modo, penso, è già qualcosa possedere queste piccole certezze. Meglio di niente, ecco.

Avverto sempre un forte stordimento, quando le memorie di ciò che mi è accaduto nel passato tornano a farmi visita. Una sensazione di completa alienazione mi pervade. È come se una pesante cappa avviluppasse la mia mente ed io, nonostante numerosi e sinceri sforzi, non riuscissi mai ad afferrarne i bordi con le mani, per spingerla lontano da me. Anche oggi è così. La cappa mi opprime. Non riesco a vedere bene le cose, riportando il cervello su un binario parallelo alla normalità. Già, ma quale normalità, esattamente? Non lo so più, ormai. Sono tormentato, periodicamente, dalla visione di quanto di brutto mi è accaduto nel passato. O meglio, non si tratta di una visione, ma di un vero e proprio rivivere certi episodi traumatici. Li rivivo, dall’inizio alla fine. Ecco cosa accade. Sono di nuovo lì, con la mente e con il corpo, e sperimento ogni cosa come se fosse la prima volta. Quando, poi, torno finalmente in me, riemerge con forza una sola domanda: come interrompere tutto questo? Come farlo smettere? La verità è che non lo so. Posseggo solamente una certezza: mi manca qualche pezzo del rompicapo. Qualcosa mi sfugge, ma non sono mai in grado di precisare di cosa si tratti. Eppure, deve esserci un modo per completare il quadro e venire a capo della situazione, creando un nesso tra ieri e oggi. Da qualche parte, lo so, deve esserci. Ma: sarò mai in grado di trovarlo?

* * *

Finalmente tutto finisce. È giunto il momento, dunque. Il momento in cui l’adulto decide che può bastare così. Per questa volta, anche lui ne ha abbastanza. La dose di schiaffi e strilli impartita quest’oggi è sufficiente. Certo, non prima di aver spiegato con il dovuto tono minaccioso o, a seconda dei casi, finto affettuoso, la morale della storia.

Sei tu ad aver voluto ricevere questa pioggia di schiaffi. Io non l’avrei fatto, se tu non mi avessi costretto. Col tuo inaccettabile comportamento, hai provocato una necessaria punizione. Tua madre è stanca, non ne può più, e così io devo cercare di aiutarla in qualche modo. Perché non mangi, come tutti i bambini normali? Eh? Perché? Il cibo preparato da tua madre è buono, perciò lo devi mangiare. Se continui così, te lo dovrò ficcare in gola, come ho fatto oggi. Lo vedi? Non è meglio se mangi, come fanno i bambini normali della tua età?

Nemmeno la morale passa via senza sortire i suoi oscuri effetti sulla mia mente, ma questo lo scoprirò più avanti. Ho tutta la vita per rendermene conto. In ogni caso, mi dico, qualsiasi cosa è preferibile alle botte e agli strilli. Perciò ben venga la morale, se ciò significa niente più schiaffi e grida. Certo, dovrò mangiare tutto, tra conati di vomito e nuove minacce, ma pazienza. Anche questo è sempre meglio delle percosse.

Perché accade tutto questo? La gente crede che un bambino non capisca nulla. Crede che, per il semplice fatto di avere cinque, sei o sette anni, un bambino non si interroghi su ciò che lo circonda e non sia in grado di formulare ipotesi e risposte.

Io ho un problema. Un grave problema, a dire il vero. Lo so bene, pur essendo solo un bambino. Non riesco a mangiare certi cibi. Non è che non voglia o che li ritenga cattivi, è proprio che non appena qualcuno li avvicina alla mia bocca e ne sento l’odore, mi salgono i conati di vomito senza neanche averlo toccato, quel cibo. Oppure, se riesco a metterlo in bocca, esso si rivela di una consistenza che io ritengo strana e così, di nuovo, sento salire i conati di vomito, senza riuscire a tenerli sotto controllo. Ecco. Questo è ciò che mi accade. Io non so il perché. So solo che funziona così. Con certi cibi ho questa maledetta reazione, con altri no. Solo che, secondo i miei genitori, i cibi appartenenti a quest’ultima categoria sono troppo pochi. E così, per farmi ingurgitare i piatti incriminati, non sanno trovare altra soluzione, se non quella delle botte e delle grida. Ma io non lo faccio apposta. Non è cattiveria o maleducazione. È il mio corpo a reagire in quel modo, senza che io ne abbia il controllo. C’è qualcosa che impedisce al mio corpo di ingerire o assaggiare certi alimenti. Io non so cosa sia, ma so che c’è. Loro, però, non lo capiscono. Nessuno pare chiedersi come mai accada ciò che accade. Loro sanno con certezza che si tratta di capricci. Loro sanno con certezza che i capricci vanno puniti. Loro sanno che per punirli c’è bisogno di botte e strilli.

Loro sanno tutte queste cose, ma non sanno che io vedo e registro ciò che accade. Non sanno che un giorno mi domanderò per quale strambo motivo abbiano voluto fare un figlio, senza essere in grado di affrontarne le conseguenze. Mi hanno fatto loro, eppure si comportano come se qualcuno gli avesse appioppato una condanna che non meritavano e per la quale sono del tutto innocenti.

Loro non lo sanno, dunque, ma io penserò tutte queste cose. E anche delle altre. Come, ad esempio: davvero pensavate, picchiando un bambino, di produrre dei miglioramenti in lui? Pensavate sul serio, così facendo, che avrei imparato a mangiare come i bambini normali? Sì? Davvero? Ecco, loro non lo sanno ma io, un giorno, penserò che avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di fare un figlio, visti i risultati. Non lo sanno, certo, ma ciò accadrà. Io penserò queste cose e la mia mente, dopo, non potrà rimanere intatta.

* * *

Mi trovo al mare. All’improvviso ho deciso di venire a vederlo, giacché per oggi non ho altri impegni che mi tengano bloccato in città. Abito a Treviso e così, in meno di un’ora di strada, giungo a destinazione.

È una bella giornata novembrina di sole. In cielo non si vede una nuvola. Fuori stagione il mare è sempre stupendo, mi dico. Non c’è gente a disturbare la quiete pomeridiana. La vista può spaziare liberamente fino all’orizzonte, immergendosi nel blu del mare calmo, che si scioglie magicamente nel blu profondo del cielo. Qua e là, qualche riflesso dorato prodotto dalla luce solare fa capolino tra le acque placide dell’Adriatico, inframmezzato da alcune piccole lineette bianche, in corrispondenza di lievi increspature sull’acqua. Ogni cosa comunica un’impressione di grande pace. Pare impossibile sentirsi oppressi da qualcosa, qui, in riva al mare. Il tempo autunnale un po’ freddo, ma caratterizzato da un’aria incredibilmente tersa, induce in me una sensazione di tranquillità. La mia mente, però, non ha dimenticato nulla. Non può farlo. Non importa la stagione; non importa il momento della giornata. La mia mente sa. La mia mente custodisce la traccia di ogni evento.

Mi appare davvero strano che, mentre cammino lentamente sulla sabbia e osservo l’acqua marina frangersi ritmicamente sui pontili protesi verso il blu, possa esistere ancora il rombo di tuono, nella mia mente. Solo poche ore prima, esso mi sconvolgeva col suo cupo rimbombo. Ora non pare esservene rimasta traccia da nessuna parte, ma io so che si tratta solamente di un’illusione ottica. Mi basta fare un piccolo sforzo di concentrazione e subito avverto la presenza della bestia, pronta a ghermirmi e a trasportarmi nel suo universo oscuro e minaccioso, dove mi attendono botte e grida.

D’un tratto i miei occhi sono attirati dalla sagoma di una nave, in lontananza. Posso vederne il profilo, vicino all’orizzonte, pur senza essere in grado di distinguerne i colori. Si muove con lentezza, o almeno questa è l’impressione che ne ricevo, qui a riva. Per un momento vorrei essere come quella nave. Vorrei essere capace di spostarmi a piacimento sulla liscia superficie blu delle acque, a stretto contatto con il cielo. Un cielo che pare quasi di poter toccare, tanto l’aria è limpida. Se solo potessi diventare un tutt’uno con l’acqua, lì davanti, e trasformarmi in una nave, potrei fondermi con quel magnifico blu e, ne sono certo, il rombo del tuono sarebbe costretto a smettere di importunarmi.

Continuo a camminare un altro po’, cullandomi con questi pensieri, finché il sole comincia ad assumere una colorazione ramata. È il crepuscolo autunnale che già si avvicina, a rapidi passi. Tra poco il sole sarà molto più basso e, in breve, inizierà a scomparire dietro le case e i condomini turistici, alle mie spalle. Devo sbrigarmi e iniziare a tornare sui miei passi, verso la mia automobile, per rientrare in città. Peccato, sarei rimasto lì a godermi la pace e la solitudine del mare, immerso nella pace autunnale, ancora a lungo.

* * *

Un altro giorno si fa strada, con lentezza, verso la mia mente. Vedo una luce pallida attraversare le fessure della persiana e spandere un chiarore quasi metallico nella mia camera da letto. Dopo essermi rivoltato un paio di volte, decido di alzarmi. Meglio muoversi, prima di udire i passi strascicati di qualche incubo in avvicinamento.

Dopo aver indossato una vestaglia, vado in soggiorno e apro appena la persiana, quel tanto da far entrare un po’ di luce nella stanza. Poi mi siedo sul divano e resto in attesa che i miei occhi si abituino al fioco chiarore che si spande intorno a me. Subito dopo, avverto una vibrazione. È il mio telefono. Mi segnala l’arrivo di qualche messaggio di testo o di qualche e-mail. Devo averlo lasciato acceso, durante la notte, e così lui non perde tempo a intasarsi di nuove notifiche, perlopiù inutili.

Quando gli occhi prendono confidenza con la luminosità della stanza, mi decido ad afferrare il telefono per verificare se per caso c’è qualche comunicazione alla quale è necessario rispondere subito. Scorro il dito, senza trovare nulla di rilevante. Sto per posare di nuovo il telefono sul divano, quando mi imbatto in una notifica inaspettata. Avvicino un po’ lo schermo alla faccia e leggo con attenzione. Con sorpresa, scopro di non essermi ingannato: si tratta di un messaggio di Elsa.

Elsa ha all’incirca la mia età. In realtà non gliel’ho mai chiesta, ma sono certo che più o meno sia quella. Ci siamo conosciuti qualche mese fa, in una delle rare occasioni sociali alle quali partecipo ancora. Si trattava del compleanno di un collega, al quale non ho potuto rifiutare di presenziare. Elsa se ne stava in disparte, scambiando occasionalmente qualche parola con gli altri ospiti e così, ad un certo punto, ci siamo ritrovati a parlare insieme. Ci siamo presto sentiti in sintonia, o almeno così pareva a me. Abbiamo portato avanti una bella chiacchierata su argomenti disparati, finché lei non mi ha annunciato di dover rincasare. Contrariamente alle mie abitudini, le ho domandato se le andasse di lasciarmi il suo numero telefonico. È così che siamo rimasti in contatto, dopo la festa. Ci siamo scambiati diversi messaggi, per poi decidere di incontrarci di persona. E poi l’abbiamo rifatto diverse volte, perché stavamo bene in compagnia l’uno dell’altra. Elsa si è sempre rivelata una persona piacevole e brillante. È per questo che ho sentito una fitta al cuore, quando ho visto il suo messaggio. Sono dispiaciuto di non averle risposto subito, ieri sera, quando è arrivato. Deve essermi proprio sfuggito, medito, scuotendo la testa.

Il messaggio dice: Ciao. Ti va se ci vediamo, uno di questi giorni?

Avrei voluto proporglielo io. Sorrido, senza quasi accorgermene, e rispondo: Certo! Che ne dici di incontrarci domenica, nel pomeriggio?

Invio la risposta e mi alzo, per fare finalmente colazione. Tengo il telefono accanto a me, nel caso lei dovesse farmi sapere subito se è libera. Nel frattempo, quasi soggiacendo ad un automatismo innato, comincio a riflettere. Mi torna in mente l’ultima volta che Elsa ed io abbiamo passato un po’ di tempo insieme. È stato qualche settimana fa. Abbiamo fatto una passeggiata in centro, in Piazza dei Signori. Lei non visitava Treviso da molti anni e così l’ho accompagnata a fare un giro turistico della parte vecchia della città. L’ha apprezzato molto, così come io ho apprezzato sinceramente la sua compagnia. Devo ammettere di averla trovata molto bella, tanto da aver provato il forte desiderio di farglielo notare.

Riaffiorano alla mia mente dei brani di conversazione di quel giorno, ma all’improvviso perdo il filo del ragionamento. Il telefono squilla ancora. Un altro messaggio di testo. Scorro rapidamente le notifiche: è Elsa.

Dice: Domenica pomeriggio va benissimo. Ci aggiorniamo domani per i dettagli. Ti lascio, intanto, un articolo interessante. Domenica mi dirai cosa ne pensi. Credo possa esserti utile.

Sono un po’ perplesso. Senza nemmeno leggere il titolo dell’articolo, digito: Benissimo, mi farà piacere rivederti. Leggerò senz’altro il testo che mi hai inviato.

Sto per posare il telefono sul tavolo, ma poi lo riprendo in mano e leggo il titolo dell’articolo: Il peso dei traumi infantili. Come l’infanzia plasma il nostro futuro.

Lì per lì, decido di mettere da parte tutto ma, un attimo dopo, cambio idea. Rileggo il titolo e, acceso il computer, apro l’articolo. L’ha scritto una psicologa con una lunga esperienza clinica. Devo dire di non aver mai avuto un buon rapporto con la categoria, specialmente da quando uno specialista a cui mi ero rivolto ha pensato bene di scomparire nel nulla, d’un colpo, senza farsi più sentire. Ad ogni modo, mi fido di Elsa. Se mi ha mandato l’articolo, significa che l’ha ritenuto valido. Probabilmente deve aver riflettuto su quanto ci siamo detti quel giorno di poche settimane prima. Pur senza scendere nei dettagli, le ho parlato di diverse mie esperienze dolorose del passato. Credevo si sarebbe spazientita, tra racconti di amori scriteriati e assurdi ma quasi mai corrisposti, di periodi di depressione nei miei anni di liceo, nonostante fossi uno dei primi della classe, e di un’infanzia non troppo felice. Invece mi sbagliavo. Elsa si è dimostrata attenta e solidale, esprimendosi sempre in modo intelligente. Non ho mai voluto ammetterlo, ma mi ha fatto sentire meglio aver parlato con lei.

È con questi pensieri che mi addentro nella lettura dell’articolo sui traumi infantili. Si tratta di un lungo pezzo, molto approfondito. Se lo stampassi, occuperebbe diverse pagine.

Inizio a leggere con scetticismo, ma esso si trasforma presto in interesse finché, d’un colpo, sento un suono molto forte che mi fa rizzare sulla sedia, tendendo tutti i muscoli.

No, non si tratta di un suono vero e proprio. È un suono dentro la mia mente. Come se una grande campana suonasse una lunga nota, continua e piena. Una nota che mi avverte di prestare attenzione, non perché ci sia un qualche pericolo, ma perché sto per entrare in contatto con una verità fondamentale.

Mi guardo intorno, rizzando tutte le antenne, e riprendo a leggere. Quando arrivo all’ultima riga, mi sento stordito. Stranamente, un sorriso mi si è stampato sulle labbra. Forse ci siamo. Forse comprendo, finalmente. Forse c’è una possibilità che io abbia individuato il tassello mancante. O meglio, forse l’ha individuato Elsa per me.

Mi alzo e inizio a passeggiare su e giù per la stanza, col cervello che va a tutta velocità. Una sensazione strana si impadronisce di me. Sento di esserci vicino. Sento che il giro di boa può essere a portata di mano. Non devo lasciarmelo sfuggire. Devo restare concentrato e non perdere di vista la boa. Devo farlo ad ogni costo. Il legame tra ieri e oggi è lì, davanti a me. Io devo solo allungare la mano e afferrarlo.

* * *

Un bambino si trova al centro della scena. Un bambino, la cui mente non è ancora formata. Un bambino, la cui mente può essere facilmente plasmata. Nel bene, ma anche nel male.

Un bambino incontra due adulti, i quali gli tengono compagnia, proprio al centro della scena, sotto la luce del riflettore. Si chiamano mamma e papà. Lui non sa molto di loro, in realtà. Sa soltanto che quei due adulti sono sempre insieme a lui e lo affiancheranno a lungo. Non sa che essi hanno il potere, tramite le loro azioni, di plasmare tutta la sua vita futura. Forse nemmeno loro ne sono consapevoli, ma ciò non diminuisce affatto il potere nelle loro mani.

E così, consapevolmente o no, usano quel potere. La madre è stanca o forse, semplicemente, non sa come gestire un bambino un po’ difficile. Crede che un bambino normale mangi qualsiasi cibo, senza fare storie. La stessa cosa, crede il padre. Anche lui è stanco e forse non sa come aiutare la madre. Per un motivo imprecisato, che il piccolo non riesce a comprendere, i due adulti stabiliscono che c’è un solo modo per affrontare un bambino che non vuole mangiare. Già, perché loro sanno che non si tratta di un problema intrinseco ed indipendente dalla volontà del bambino. Lui non vuole e così loro devono reagire. Devono farlo mangiare e, per raggiungere lo scopo, il padre lo conduce in una stanza dove, chiusa la porta, comincia a schiaffeggiarlo violentemente e a gridare. Poi gli ficca in gola il cibo. Lo fa per aiutare la madre. Lo fa per aiutare il bambino a mangiare.

E così, il bambino registra questa esperienza. Registra il terrore che si impossessa di lui quando viene trascinato nella stanza degli schiaffi e delle urla. Registra il suo corpo tremante, sotto i colpi. Registra il suo pianto isterico e fuori controllo. Registra le urla. Registra il cibo che gli entra in gola. Registra tutto e, lentamente ma inesorabilmente, si convince di una cosa: la felicità non esiste. Esiste soltanto il dolore. Il dolore di essere trattato in quel modo e di essere schernito davanti a tutti per qualcosa di cui non ha colpa.

Il bambino, ora, non è più un bambino. È un giovane adulto che ha vissuto senza avvedersi della nube oscura che incombe su di lui. Una nube che porta con sé il rombo minaccioso del tuono. Non sa, il giovane adulto, che la sua mente ha impostato tutta la sua vita secondo un semplice, quanto pericoloso, teorema. Il teorema recita: tu soffrirai e cercherai, giorno e notte, di ripetere l’esperienza di dolore vissuta quand’eri bambino e, allo stesso tempo, cercherai per sempre di riparare la tua infanzia violata.

Lui non lo sa, ma la sua mente sì. E così, senza averne il minimo sentore, passa da un dolore all’altro, anche quando si crede felice. Il tuono è sempre lì, al centro del suo cervello, pronto a deflagrare. Il giovane bambino cresciuto si innamora di ragazze e donne che lo maltrattano, lo sminuiscono e lo squalificano sempre di più. Sono passioni perlopiù brucianti, di un’intensità quasi insopportabile. Il maltrattamento che riceve è il premio tanto ambito dalla sua mente malata di dolore. In questo modo, attraverso passioni folli e autodistruttive, il giovane adulto può raggiungere nuovamente il dolore vissuto da bambino, ma non solo. Può ogni volta aumentarlo di intensità e, come un drogato nel pieno di una crisi di astinenza, può gettarsi come un pazzo alla ricerca di una sofferenza ancora più grande e maestosa.

La sua vita procede, dunque. Il bambino cresciuto inizia ad avviarsi verso la piena maturità dell’età adulta, dove lo attendono nuove e terribili sofferenze, frutto avvelenato degli schiaffi e delle grida piovutigli addosso nell’infanzia. Una sorta di smania autodistruttiva si impossessa di lui, portandolo sull’orlo del baratro. Un attimo prima di caderci dentro, lui si ferma. Non sa neanche il perché, ma si ferma. Seguita a porsi domande su domande, poiché sa di dover trovare il pezzo mancante, quello che gli consentirà di comprendere per quale ragione la sua vita abbia preso quella piega surreale, ma tragica.

E un giorno, grazie ad un messaggio giunto sul suo telefono in modo del tutto imprevisto, capisce. Trova il pezzo mancante e il rompicapo si compone, finalmente, sotto i suoi occhi increduli. Ora sa cos’è accaduto. Sa cosa deve fare. E lo fa, costi quel che costi.

* * *

Elsa si trova qui, di fianco a me. È domenica pomeriggio e siamo andati a vedere il mare. È bellissimo passeggiare e osservare insieme il pacifico paesaggio davanti a noi, colmo di un blu intenso, nel quale verrebbe voglia di immergersi, fino a sciogliersi nella sua limpidezza accecante.

Ho spiegato ad Elsa tutta la mia storia. Non le ho nascosto nulla. Né il rombo del tuono, né le botte, né le grida. Le ho raccontato le mie passioni dissennate e la mia deriva autodistruttiva, alle quali non ero in grado di opporre la benché minima resistenza. Le ho detto tutto, insomma. Le ho confessato anche che mi piacerebbe condividere con lei qualcosa di più di un saltuario pomeriggio domenicale o di qualche messaggio, più o meno sporadico. Ho concluso spiegandole di avere intenzione di affrontare i miei demoni, ora che so quali sono e da dove vengono.

“Vorrei fare tutto questo con te” le ho sussurrato, trattenendo il respiro.

Lei si è voltata a guardarmi e mi ha sorriso. È stata la cosa più bella che abbia mai visto in tutta la mia vita.

“D’accordo. Se è davvero questo che vuoi, lo faremo insieme” ha risposto.

Poi ci siamo fermati e abbiamo guardato il mare fondersi col cielo, all’orizzonte. L’abbiamo guardato, insieme. L’abbiamo guardato, felici.

Il tassello mancante – racconto finalista al Premio letterario nazionale Trichiana paese del libro

Quest’anno, alla finale della trentunesima edizione del Premio letterario Trichiana (cittadina in provincia di Belluno) paese del libro ci sarò anch’io. Sarò presente tra i dieci finalisti con un racconto inedito, Il tassello mancante. La premiazione, con la comunicazione della graduatoria da parte della giuria presieduta, quest’anno, da Tiziano Scarpa, avverrà il 28 agosto ma, nell’ambito delle iniziative legate al premio, Radio Belluno ha realizzato una serie di podcast in cui vengono letti gli incipit dei testi finalisti.

Ecco, dunque, per chi fosse interessato, l’incipit del mio racconto. Buon ascolto!