Dicono che il colpevole torni sempre sul luogo del delitto. Non so se sia vero, ma di certo, almeno in alcuni casi, ciò vale anche per gli artisti. Era prassi, infatti, che i pittori dipingessero numerose versioni di alcuni loro quadri, vuoi perché diversi committenti ne desideravano una copia, vuoi perché erano gli autori stessi a voler affrontare nuovamente un certo tema o una sua particolare rappresentazione. Per citare soltanto due casi famosi, si possono fare i nomi di Arnold Böcklin e Edvard Munch. Il primo realizzò ben cinque versioni del suo dipinto più noto, L’isola dei morti; il secondo dipinse numerose versioni di molte delle sue opere. Vi sono versioni alternative de L’urlo, anche con tecniche diverse dalla pittura, per non parlare del quadro La bambina malata, ridipinto da Munch ossessivamente in tante versioni nel corso del tempo.
Tutto questo discorso per dire che, in effetti, anche lo scrittore torna sul luogo del delitto, a volte, e per sottolineare come ciò non sia da intendersi come mancanza di fantasia, ma come scelta deliberata, i cui motivi possono essere vari.
Ecco, quindi, una storia un po’ particolare, scritta quasi in apnea nel giro di una sola settimana verso la fine dello scorso anno. Delirium – Cronaca di un’ossessione è il mio quarto libro, disponibile da oggi. Rappresenta un testo con il quale torno, per così dire, sul luogo del delitto. Ci torno volutamente, perché si tratta di un luogo che mi sta a cuore. Delirium è una storia riguardante un’ossessione d’amore, come il titolo fa chiaramente presagire. Chi avesse letto i miei libri precedenti, sa certamente quanto questo tema sia importante nelle mie storie. I lettori che hanno letto il mio primo romanzo, La Morte attende tranquilla, e la raccolta di racconti La donna che attendeva il crepuscolo, noteranno alcuni elementi familiari in questo mio quarto libro. Come ho accennato prima, non si tratta di mancanza di fantasia, ma di una scelta deliberata, con lo scopo di affrontare ancora una volta il tema dell’ossessione d’amore. E, ancora una volta, sottolineo (come ho già fatto in passato) che non sto parlando di un’ossessione che sfocia in violenza. Nelle mie storie non c’è mai questo tipo di epilogo, proprio per indirizzare il lettore a notare quanto distorto sia il modo di trattare il tema ‘ossessione’ quando esso appare nei media, oppure quando esso compare (in casi rarissimi) nelle nostre conversazioni quotidiane.
Ecco la trama del libro, dunque, per far capire di cosa parliamo.
Da molto tempo Luca ama Anna di un amore totale e incondizionato, sebbene lei non ricambi. Negli ultimi nove anni lei si è sempre rifiutata di rivolgergli la parola, nonostante le cose non siano sempre state in questo modo, tra loro.
Così, in una calda e tranquilla giornata di fine estate, Luca rientra a casa come ogni giorno. L’amico Andrea lo raggiunge subito dopo, portandogli una notizia che cambierà per sempre la vita di Luca. Egli, infatti, si troverà improvvisamente avviluppato come e più di prima dall’ossessione per Anna. Luca sarà costretto ad ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi contro se stesso, per affrontare una volta per tutte i suoi sentimenti e tentare di uscire dal gorgo di emozioni nel quale è sprofondato da troppo tempo. Non sarà una battaglia facile, ma Luca si accorgerà presto di essere ormai arrivato alla resa dei conti con il demone che alberga nella sua mente. Una resa dei conti che, ormai, non può più essere rimandata.
Ho voluto, per una volta, collocare il racconto ai nostri giorni, a differenza di quanto avviene con i miei precedenti libri, per sottolineare ancora di più quanto la scrittura assuma il punto di vista ‘dal di dentro’, direttamente al centro della mente di Luca, il protagonista, sebbene la narrazione sia in terza persona. Si tratta di un libro in cui il numero di pagine, adatto anche a chi ha poco tempo da dedicare alla lettura, è inversamente proporzionale all’intensità della storia che racconto. Delirium rappresenta, infatti, una sorta di tour de force nella mente di Luca, il protagonista del testo.
Non ci sono molte altre parole adatte a descrivere la storia contenuta in questo libro. Tutto ciò che è necessario dire, è che il punto centrale del discorso si trova nella battaglia tra il protagonista, Luca, e la sua ossessione d’amore e cioè, in fin dei conti, la battaglia di Luca contro se stesso. Questo è il nucleo del racconto. Così come la bellezza è sempre negli occhi di chi guarda, anche l’ossessione è sempre nel cervello di chi osserva una persona, fino a rimanerne abbagliato al punto da non essere più in grado di dimenticarla. Questo libro si muove a partire da una semplice domanda: cosa può accadere quando l’amore è diretto verso la persona sbagliata? Quando questa persona è proprio una di quelle incapaci di comprendere sentimenti che vadano più in là della banalità? E quando chi prova l’amore è qualcuno che, suo malgrado, finisce con il diventare ossessionato dall’oggetto del suo amore?
Forse questo non è un libro per chi ama il romanticismo nel senso comune che si conferisce al termine, anche se Luca si rivela pieno di amore e di attenzione per l’oggetto del suo desiderio. È, forse, un libro adatto a quanti sono disposti ad assumere un punto di vista che raramente viene preso in considerazione. Un punto di vista diverso da quelli abituali e che vuole puntare l’attenzione su questioni delle quali, nella nostra quotidianità, preferiamo non parlare, anche per paura dell’effetto che potrebbero fare sulle altre persone. Luca, invece, non si nasconde. Riconosce ciò che prova, compreso il lato oscuro del suo sentimento, ma non lo rinnega. Non finge che tutto vada bene e, soprattutto, non finge di non pensare continuamente a questa donna che conosce e che, ad un certo punto, si è trasformata in una fissazione, per lui. Tutto il resto, lo scoprirà chi sarà disposto ad avventurarsi nel territorio privo di certezze di questo Delirium, un titolo che non vuole stare a significare l’assurdità dei sentimenti del protagonista ma, piuttosto, il caos che essi provocano in lui, sconvolgendo la sua vita. Sono convinto che le situazioni e i sentimenti descritti nel mio libro siano più comuni di quanto si creda. Il fatto è che chi le sperimenta, raramente è disposto ad ammetterle e a descriverle.
Ed ora vorrei fare un ultimo appunto, prima di chiudere. In questo libro, la musica ha una certa importanza. Ho voluto tentare di portare, per così dire, la musica dentro un libro. Non è una cosa facile, ma ho voluto provarci perché la musica è sempre stata una compagna costante di tutta la mia vita. In particolare, mi riferisco alla musica dei Pink Floyd. Sebbene il racconto sia concepito in modo da essere comprensibile anche senza conoscere il gruppo inglese, chi invece ha una certa confidenza con i temi affrontati da Roger Waters, il principale compositore del gruppo, troverà certamente un punto di interesse in più. Al di là della citazione diretta che è possibile incontrare già dopo alcune pagine, i più attenti conoscitori potrebbero rilevare la presenza di alcune citazioni e riferimenti nascosti all’interno del testo. Chi fosse in grado di identificare questi rimandi, troverà ulteriori spunti e la possibilità di calarsi, attraverso una sorta di botola, in mondi alternativi a quelli del libro, ma che con esso hanno sempre un’attinenza di qualche genere.
Detto questo, quindi, buona lettura!
Al link qui sotto è possibile leggere gratuitamente le prime pagine del libro:
Qui invece è accessibile la pagina del libro sul sito di IBS oppure sul sito dell’editore dove, cliccando sul banner, è possibile acquistarlo col 15% di sconto, spese di spedizione gratuite e dua altri libri in omaggio:
Una strana sensazione di urgenza mi spingeva a camminare verso la donna vestita di bianco, come se un impulso improvvisamente sorto dentro di me mi spingesse a conoscerne ad ogni costo l’identità. Avvertivo chiaramente la necessità premere sul mio cervello e trasferirsi al centro del petto, in un tumulto di strane emozioni che mi spingevano a camminare verso di lei. Mi sforzai di non lasciare spazio al dubbio che, piano piano, sentivo insinuarsi nella mente: e se lei fosse sparita prima che fossi riuscito ad avvicinarla? E se non l’avessi mai più rivista?
GABRIELE CHIAROLANZA, LA DONNA CHE ATTENDEVA IL CREPUSCOLO
Ci siamo, dunque! Per un autore c’è sempre un po’ di emozione all’uscita di un nuovo libro. Da oggi, infatti, è disponibile il mio ultimo libro, La donna che attendeva il crepuscolo, una raccolta di racconti scritti negli ultimi tre anni. Il libro è reperibile da subito sul sito di Meligrana Editore, dove tra l’altro si può avere col 15% di sconto, altri due libri gratis, spese di spedizione anch’esse gratuite e un cd, il che non è affatto poco. Nei prossimi giorni sarà acquistabile anche sui vari store online di vendita di libri e sarà ordinabile nelle migliori (ma volendo anche nelle peggiori!) librerie fisiche.
La copertina del libro La donna che attendeva il crepuscolo (Meligrana Editore, 2020)
La donna che attendeva il crepuscolo rappresenta un viaggio nel lato oscuro dell’amore poiché spesso, sebbene in pochi lo ammettano, l’amore non è un dono scintillante ma una maledizione. Il confine tra amore e dramma, infatti, è molto difficile da tracciare nelle cinque storie che compongono questa raccolta di racconti. Non sempre, però, il risultato finale è ovvio come sembra a prima vista. Ecco, quindi, un percorso tra le forme di amore meno ovvie ma non per questo meno autentiche, narrate con stili, ambientazioni e sbocchi molto diversi tra loro.
Spendo solo una breve parola per sottolineare ancora una volta quanto sia importante, per chi può ed è interessato a dare un piccolo contributo alla cultura, dare fiducia e mostrare interesse verso autori ed editori poco noti, ma non per questo di scarso valore. Scegliete attentamente, se siete amanti della lettura, ma non disdegnate l’acquisto di libri curati dai piccoli editori e dai loro autori! Date un occhio agli estratti, se volete avere le idee più chiare, ma non limitatevi agli autori blasonati col grande marchio alle spalle, altrimenti difficilmente vedrete voci nuove farsi avanti poiché esse non hanno, solitamente, la possibilità di farsi notare dai lettori, non disponendo della visibilità dei grandi editori e non potendo permettersi di pagare agenti letterari a peso d’oro. Abbiate un po’ di fiducia, dunque, e vedrete che sarà possibile trovare anche tra gli scrittori poco noti, a volte con diverse pubblicazioni alle spalle, delle vere e proprie perle.
Concludo queste poche prime righe, dicendo che nelle prossime settimane pubblicherò gli incipit dei cinque racconti che compongono La donna che attendeva il crepuscolo con una breve presentazione per ognuno dei testi, proprio per dare un’idea di massima delle caratteristiche del libro, soprattutto a chi non si fa scoraggiare dai nomi poco noti dell’editore e dell’autore. Buona lettura, dunque, a quanti dimostreranno un interesse verso questo nuovo libro!
Venerdì 26 gennaio 2024, in occasione della Giornata della Memoria, si è tenuta a Pordenone presso la Casa del Popolo di Torre la conferenza “Se ci tolgono il nostro nome, oppure nessuno lo ricorda più, cessiamo di esistere”. Non solo Risiera di San Sabba: l’occupazione nazifascista della città di Trieste e la cancellazione dell’identità, che vedeva come relatore, oltre a me stesso, lo storico Daniele Ceschin. La conferenza era valida anche come corso di formazione per docenti e giornalisti. Ringrazio ancora una volta l’associazione Casa del Popolo di Torre e La storia Le storie, blog degli storici del Friuli occidentale per l’ospitalità e l’organizzazione, nonché tutti i presenti che hanno determinato un ottimo successo di pubblico.
Per chi fosse interessato a vedere la registrazione dell’evento, ecco il video integrale:
Il testo che troverete qui sotto è un racconto (mio), che vorrebbe indurre a riflettere sulla Giornata della Memoria, per riuscire a estendere la riflessione anche al di fuori di questo giorno particolare, secondo tre imperativi: ricordare, conoscere e diffondere una storia che non deve ripetersi.
Dopo il racconto trova spazio una riflessione più generale sulla Giornata della Memoria e sulle molte lacune che essa porta inestricabilmente con sé.
AVVERTENZA: il testo del racconto è riproducibile SOLAMENTE CITANDO ESPLICITAMENTE AUTORE E TITOLO e riproducendolo INTEGRALMENTE. Qualsiasi riproduzione PARZIALE NON ÈCONSENTITA.
Il sole splendeva alto nel cielo autunnale di dicembre, mentre la bambina giocava nel giardino di casa. Ilse stava spingendo piano con la mano una piccola altalena che il suo papà aveva agganciato, non senza un po’ di fatica, al grosso ramo di un albero, in giardino. Ilse non aveva voglia, almeno per il momento, di salire sull’altalena. Le piaceva molto starsene lì a osservare il movimento oscillante dell’altalena, che andava avanti e indietro sotto la spinta leggera della sua manina.
Ilse aveva da poco compiuto sette anni. Era una bambina vivace e allegra, nonostante le riuscisse difficile comprendere con immediatezza le parole che gli adulti le rivolgevano. Aveva quasi sempre bisogno di farsi ripetere le cose, per iniziare ad afferrarne il senso. La sua mamma e il suo papà se n’erano accorti presto, messi in allarme anche dal ritardo con cui Ilse, rispetto agli altri bambini, aveva iniziato a dire le sue prime parole. Oltre a questo, avevano dovuto fare i conti con la mancanza di coordinazione della loro figlioletta nei movimenti. Spesso, infatti, si notava che la bambina si trovava in seria difficoltà quando doveva spostarsi per afferrare un giocattolo, oppure doveva salire le scale di casa per andare a dormire nella sua cameretta, al piano di sopra. Ciononostante, la sua mamma e il suo papà le volevano molto bene e desideravano il meglio per lei. Erano sempre affettuosi e pieni di attenzioni per quella bambina speciale, che era loro figlia. Ecco perché il suo papà aveva acconsentito volentieri a installare l’altalena in giardino, pur sapendo che Ilse ci sarebbe salita di rado e solo quando uno dei genitori fosse stato presente. A lui, così come alla mamma, non importava tutto ciò. Gli importava soltanto che Ilse fosse felice e ogni volta che la osservava, cogliendo il suo sguardo rapito e sorridente mentre sospingeva il sedile dell’altalena con la mano, diceva a se stesso di aver fatto la scelta giusta, assecondando il desiderio di sua figlia di possedere una piccola altalena in giardino.
Nel frattempo, l’autunno stava per essere soppiantato dall’inverno, di lì a non molto. La nuova stagione incipiente avanzava a grandi passi, quell’anno, a quanto era dato vedere. Era il 1940 e, mentre gli alberi erano già quasi tutti spogli, dopo essersi tinti di giallo e arancione per un breve periodo, la nuova guerra, nella quale la Germania era entrata, procedeva senza lasciar intravvedere la possibilità di una conclusione nel breve periodo. Anzi, pareva che, a giudicare dalle notizie filtranti dalla zona di guerra, gli scontri si stessero espandendo a macchia d’olio. C’era da credere che, prima o poi, molte altre nazioni avrebbero deciso di partecipare, volenti o nolenti, al conflitto. Pareva davvero incredibile, al papà di Ilse, che si stesse davvero combattendo una violentissima guerra, in quello stesso istante, da qualche parte, mentre lui se ne stava lì, alla finestra, a fissare la sua bambina baloccarsi con la nuova altalena appesa al grande albero, in giardino. Pareva impossibile che decine di migliaia di uomini, tra i quali si potevano contare innumerevoli schiere di ragazzi, a malapena divenuti adulti, stessero morendo dissanguati, in quel preciso momento, mentre la mamma di Ilse era uscita per fare compere in paese. Eppure – pensò il papà di Ilse con un velo di tristezza – le cose stavano proprio così.
Nell’attimo in cui stava per domandarsi se quella sciagurata guerra, voluta da coloro che reggevano le sorti della Germania, ormai da tanti anni, avrebbe finito col coinvolgere anche lui e la sua famiglia, si udì il campanello di casa suonare. Chi poteva essere? Probabilmente il postino – si disse il papà di Ilse – sorridendo. Abbandonata per qualche momento la finestra, mentre la bambina seguitava a far dondolare lentamente il sedile dell’altalena, il papà di Ilse andò alla porta e, sbirciando da una finestra, constatò che era stato proprio il postino a suonare.
Aperto l’uscio, il papà di Ilse salutò: “Buongiorno, Joseph!”
“Buongiorno a lei, Hans!” rispose prontamente il postino. “Ho qui una lettera per lei e la signora.”
Joseph porse una busta al papà di Ilse, lo salutò e proseguì subito con il suo giro di consegne della posta.
Rientrato in casa, il papà di Ilse si bloccò di colpo, quando lesse l’intestazione della busta che teneva tra le mani. La lettera proveniva dalla scuola alla quale lui e sua moglie volevano far accedere la loro figlioletta. Ne avevano sentito parlare da alcuni conoscenti e, dopo aver chiesto informazioni in giro, avevano constatato che tutti ne dicevano un gran bene. Si trattava di una scuola particolare, per bambini con disabilità più o meno consistenti, nella quale gli insegnanti erano preparati ad affrontare i bisogni speciali di questi bambini afflitti da diversi tipi di difficoltà. Appurato che la scuola possedeva un’ottima reputazione, il papà e la mamma di Ilse avevano provveduto a chiedere un colloquio con il preside e, ricevuta un’ottima impressione dell’istituto scolastico, avevano seguito il suo consiglio e inoltrato una richiesta di ammissione per Ilse. Speravano, così, di offrire alla loro bambina la possibilità di ricevere una buona istruzione, unitamente a una particolare attenzione verso le sue necessità speciali.
Era trascorsa soltanto qualche settimana, da quando la domanda era stata consegnata, e così il papà di Ilse non si aspettava di ricevere già una risposta, considerando l’alto numero di famiglie che volevano far studiare lì i loro figli.
Rigirandosi la busta tra le mani, il papà di Ilse si domandò se aprirla subito o attendere il ritorno a casa di sua moglie. Dopo qualche attimo di incertezza, si risolse per la prima opzione, desideroso com’era di conoscere la risposta dell’amministrazione della scuola. Prima di procedere, si recò nuovamente alla finestra per controllare che Ilse stesse bene. La bambina stava ora giocando con un mucchietto di foglie secche, da poco cadute dall’albero cui era agganciata l’altalena. Ne raccoglieva alcune tra le mani e poi le lanciava allegramente per aria, osservando attentamente gli strani volteggi con cui ricadevano a terra.
Sorridendo, il papà di Ilse scartò la busta senza allontanarsi dalla finestra, in modo da poter gettare sempre un’occhiata alla figlia. Posata la busta strappata su un tavolo, lì accanto, il papà di Ilse aprì l’unico foglio in essa contenuto e lo lesse. Si trattava di poche, laconiche, righe.
Gentili signori Geuze,
con la presente abbiamo il piacere di comunicarvi che l’amministrazione della nostra scuola ha accettato la domanda di ammissione per vostra figlia Ilse Geuze. Siete pregati di accompagnare la bambina a scuola lunedì prossimo alle ore 8.30, munita di tutto l’occorrente per soggiornare nel nostro istituto. Si raccomanda la massima puntualità.
Distinti saluti,
il Direttore
Dopo aver letto lo scarno testo della lettera, il papà di Ilse non sapeva se rallegrarsi per l’ammissione della figlia in quella scuola o se preoccuparsi per il suo destino. Lo impensieriva non poco la clausola che imponeva ai genitori di lasciare i figli per tutta la settimana a scuola, compresi il sabato e la domenica. Ad ogni modo – si ripeté il papà di Ilse – lui e sua moglie avrebbero fatto almeno un tentativo per capire se quell’istituto, di cui tutti solevano parlare con termini entusiastici, fosse adatta alla loro figlioletta. In caso di perplessità o ripensamenti – non mancò di rilevare il papà di Ilse, proseguendo il ragionamento – avrebbero sempre potuto andarla a prendere per riportarla a casa.
Fu così che, dopo aver reso partecipe anche sua moglie della notizia dell’ammissione alla nuova scuola, i giorni seguenti trascorsero in uno clima piuttosto frenetico e surreale, tra corse su e giù per la casa in cerca dei capi di vestiario più adatti da mettere nella valigia di Ilse e puntate nei negozi del paese per rifornirla di tutto quanto potesse esserle utile per questa nuova esperienza, che stava per iniziare nella sua giovanissima vita.
Ilse, dal canto suo, non parve troppo preoccupata per i cambiamenti in arrivo. Affrontò l’agitazione dei genitori con il sorriso sulle labbra, considerandolo quasi uno strambo gioco al quale il suo papà e la sua mamma avevano deciso di farla partecipare. Anche lei, nonostante le incertezze nei movimenti, aiutò i genitori a preparare le valigie con tutto il necessario.
Venne, infine, il giorno in cui il papà e la mamma di Ilse accompagnarono la figlia a scuola. Era un lunedì e il tempo si manteneva ancora sereno e soleggiato, con soltanto qualche nuvoletta bianca a punteggiare, qua e là, il cielo freddo di dicembre. Di lì a poco sarebbe giunto il Natale e, nonostante la guerra e le preoccupazioni per la bambina, il papà e la mamma di Ilse desideravano trascorrerlo tutti insieme, spensieratamente.
Ilse entrò a scuola senza protestare, ritenendo ancora di essere immersa in un gioco piuttosto pittoresco, del quale non comprendeva le regole, ma al quale desiderava partecipare per far felici il suo papà e la sua mamma, che le volevano tanto bene. La bambina fu presa in consegna da Lotte, un’insegnante sorridente e rassicurante, che illustrò ai suoi genitori il funzionamento della scuola, inducendoli a non avere preoccupazioni, perché tutti gli insegnanti si sarebbero presi cura con costanza e attenzione dei bambini speciali ammessi a frequentare l’istituto.
Le prime due settimane trascorsero piene di angoscia e laceranti dubbi, per il papà e la mamma di Ilse. Entrambi seguitavano a chiedersi se avessero fatto bene a insistere tanto per iscriverla a quella scuola; se la bambina ci si trovasse bene; se avesse bisogno dei suoi genitori, in certi momenti della giornata; se gli insegnanti fossero davvero così bravi come tutti andavano dicendo; se non fosse preferibile trovare una soluzione alternativa e riportare subito Ilse a casa.
Roso dai ripensamenti, dalle incertezze e dall’angoscia, un giorno – mancava poco più di una settimana a Natale – il papà di Ilse si decise ad andare in paese per telefonare alla scuola e chiedere informazioni su sua figlia. Le regole prevedevano il divieto di visitare i bambini durante la settimana, compresi i sabati e le domeniche, e anche la proibizione di parlare al telefono con loro. Il papà di Ilse, però, era deciso a farsi dire come stava sua figlia. Non ci stava a rimanere in quello stato di sospensione angosciosa ancora a lungo.
Fu così che, ottenuta, finalmente la linea, spiegò di essere il papà di Ilse Geuze e di voler subito sapere come stava sua figlia.
All’altro capo della linea, una voce femminile spiegò: “Gentile signore, comprendo la sua richiesta, ma le regole della scuola, che anche lei ha sottoscritto, impongono ai genitori di non comunicare con i bambini, per il loro stesso bene, al di fuori dei periodi di vacanza prescritti. Se non ha ricevuto comunicazioni dalla direzione, significa che tutto procede per il meglio. La prego di non insistere ad occupare la nostra linea telefonica con chiamate inopportune come questa. Buona giornata.”
Il papà di Ilse non ebbe nemmeno il tempo di azzardare una replica, poiché chiunque gli avesse risposto mise giù il telefono, chiudendo la comunicazione. Ogni altro tentativo di mettersi in contatto con la scuola andò a vuoto, nonostante la determinazione del papà di Ilse e, una volta che fu informata della situazione, anche della sua mamma.
Giunse, così, il tempo delle vacanze natalizie. Il giorno prima di recarsi alla scuola per riportare Ilse a casa, il suo papà e la sua mamma erano ormai decisi a non affidarla più alle cure dell’istituto, dopo la pausa festiva. Qualcosa non li convinceva, in quella scuola, sebbene tutti seguitassero a rassicurarli, vista la sua ottima reputazione. Perché a scuola nessuno voleva rispondere alle loro domande? Perché, dopo la seconda telefonata, continuava a cadere sempre la linea? Domande senza risposta, che inducevano i due preoccupati genitori a voler riportare la figlia a casa.
Quando giunsero davanti alla scuola, il giorno previsto per la fine delle lezioni in occasione delle vacanze di Natale, però, il papà e la mamma di Ilse ebbero una brutta sorpresa. In una giornata grigia e fredda, che pareva promettere neve di lì a non molto, si videro negato l’accesso da un manipolo di agenti di polizia, piazzati proprio davanti al cancello del grande edificio scolastico. Alle rimostranze del papà e della mamma di Ilse, cui si unirono alcuni altri genitori, fu risposto che la direzione aveva chiesto l’assistenza della polizia per il bene dei bambini, che avevano bisogno ancora di qualche giorno di permanenza a scuola, prima di essere rimandati a casa per le vacanze.
Non parvero esserci genitori particolarmente convinti da quella spiegazione lacunosa, ma non ci fu niente da fare. I poliziotti impedivano a chiunque di avvicinarsi, minacciandolo di arresto. Inoltre, nessun funzionario della scuola volle presentarsi per rassicurare i genitori. Tutti furono costretti a tornare sui loro passi, verso casa, senza portare con sé i figli. Un papà fu addirittura strattonato da un agente e condotto in commissariato per accertamenti, dopo aver alzato la voce, richiedendo di vedere subito suo figlio.
Il papà e la mamma di Ilse si consultarono con altri genitori nella loro stessa situazione, dopo quell’increscioso e inquietante episodio, ma la cosa li gettò nello sconforto più cupo anziché infondere loro coraggio. Vennero, infatti, a conoscenza di strane voci che circolavano sulle scuole speciali per i bambini disabili. Voci tali da far rizzare i capelli a chiunque, tanto più a dei genitori già afflitti dalle preoccupazioni più grandi. Il papà e la mamma di Ilse, ad ogni buon conto, non vollero credere a queste dicerie allarmanti, delle quali non parevano esserci prove.
Giunse quindi, tra un’angoscia l’altra, il gennaio del nuovo anno, il 1941. I genitori dei bambini che frequentavano la scuola di Ilse si stavano organizzando, per mettere in atto una protesta pubblica davanti all’istituto, in modo che finalmente le autorità li prendessero sul serio e consentissero loro di accedere alla scuola, per vedere i loro figli e riportarli a casa. Proprio il giorno prima di una riunione che prevedeva la partecipazione della maggioranza di questi genitori, per stabilire il giorno della manifestazione, il papà e la mamma di Ilse udirono il campanello di casa suonare. Com’era accaduto il giorno in cui aveva ricevuto la lettera di ammissione dalla scuola, il papà di Ilse ritenne fosse stato il postino Joseph ad aver suonato.
In effetti, anche questa volta era così. Joseph, il postino, se ne stava lì davanti, piuttosto impacciato, con un pacchetto in mano, senza dire una parola.
“Buongiorno Joseph!” lo salutò il papà di Ilse, contento di vedere davanti a sé una faccia amica.
Joseph se ne restò lì, senza dire una parola, pallido in volto.
“Si può sapere cosa ti succede, Joseph?” lo interrogò il papà di Ilse. “È per me quel pacco?”
Finalmente, dopo quella che parve un’eternità, Joseph si riscosse e balbettò: “Sì… Sì, Hans… Ecco, vedi… Mi dispiace…”
Joseph porse il pacchetto al papà di Ilse, che lo prese in mano meccanicamente, senza capire cosa stesse accadendo. Gli parve la scena di un’opera teatrale venuta male, priva di copione, in cui nemmeno gli attori sanno cosa stanno facendo.
Joseph non consentì al papà di Ilse di dire altro. Girò i tacchi rapidamente, quasi temesse di scottarsi, rimanendo per un secondo, ancora, in quella posizione, lì, davanti al suo vecchio amico Hans, e se ne andò più in fretta che poté.
Esterrefatto, il papà di Ilse rientrò in casa e chiuse la porta dietro di sé.
“Era Joseph?” domandò la mamma di Ilse.
“Sì, ma aveva qualcosa che non andava. Si è comportato come un pazzo” commentò il papà di Ilse.
“Un pazzo?”
“Già. Ha farfugliato qualche parola, mi ha messo in mano questo pacco e se n’è andato senza salutare.”
“Chi è il mittente?”
Il mittente, accidenti! Il papà di Ilse, ancora incredulo per la scena cui aveva appena assistito, non aveva pensato di verificare chi gli avesse inviato il pacchetto che seguitava a tenere in mano. Osservando con attenzione, trovò, scritti in piccolo, i dati che cercava. Quando li lesse, spalancò gli occhi, pensando di avere un’allucinazione.
“Proviene dalla scuola di Ilse!” esclamò, senza capire perché mai gli avessero inviato un pacco.
“La scuola? Ma dai, avrai letto male!” lo rimproverò sua moglie.
Il papà di Ilse, però, sapeva benissimo di non avere affatto letto male. Il pacco proveniva dalla scuola. Senza replicare alle parole della mamma di Ilse, decise di aprire subito il pacchetto per scoprire cosa accidenti fosse saltato in testa ai funzionari della scuola.
Il papà di Ilse scartò il pacco con foga, in preda ad un’agitazione crescente, finché gli riuscì di strappare via la carta che lo avvolgeva, gettandola rabbiosamente da parte. Ciò che gli rimase tra le mani era un contenitore di ferro, o di qualche materiale simile, di forma cilindrica.
“Guarda lì, c’è un biglietto! Esclamò nervosamente la mamma di Ilse indicando qualcosa, vicino alla carta strappata, sul pavimento.
Il papà di Ilse seguì la direzione dell’indice di sua moglie e vide che, effettivamente, un biglietto c’era davvero. Nella foga di aprire il pacchetto, non se n’era nemmeno accorto. Posò, dunque, il contenitore di ferro sul tavolo e raccolse il biglietto.
Le parole che il papà di Ilse lesse ad alta voce erano queste:
Gentili signori Geuze,
siamo dolenti di comunicarvi che vostra figlia Ilse è stata vittima di un malore mentre si trovava in camera, a dormire. Nonostante il pronto intervento del nostro personale medico, non è stato possibile rianimarla. Ilse è deceduta due giorni fa nel nostro istituto. Certi di fare cosa gradita e di risparmiarvi un ulteriore dolore, vi inviamo in questo contenitore le ceneri di vostra figlia.
Distinti saluti,
il Direttore
Il papà di Ilse dovette rileggere molte volte le poche, scarne, righe del biglietto che accompagnava il cilindro di ferro, prima di riuscire a comprenderle. La mamma di Ilse, nel frattempo, seguitava a tempestarlo di domande, nel tentativo di capire cosa stesse accadendo. Poi, persa la pazienza, gli strappò di mano il biglietto, leggendolo a sua volta.
La mamma di Ilse non ebbe bisogno di rileggerlo, per afferrarne il terrificante senso. Con un grido, che udirono perfino i vicini, mise le mani sul contenitore di ferro e lo aprì. Mentre ne svitava il coperchio, l’oggetto le scivolò dalle mani, andando a schiantarsi a terra con un gran frastuono tintinnante. Un attimo dopo, il pavimento bianco del soggiorno fu ricoperto da una polvere grigia, che schizzò anche sui vestiti dei due genitori atterriti.
Era cenere. Scura e densa. In quel momento, il papà e la mamma di Ilse seppero che la loro bambina sorridente di sette anni, invece di frequentare la scuola, era diventata un mucchietto di cenere, sparsa sul pavimento della loro casa.
POST SCRIPTUM: Ilse Geuze è stata una bambina vera, sebbene questo sia un racconto letterario. Ilse viveva in una fattoria, in Austria. Nel dicembre del 1940 i suoi genitori ricevettero una lettera, con la quale veniva ammessa a una scuola per bambini disabili, nel castello di Hartheim. Ilse, così, lasciò la sua casa, il suo papà e la sua mamma. A scuola non erano ammesse né visite, né telefonate. Nel gennaio del 1941 il papà e la mamma di Ilse ricevettero un’urna contenente le ceneri della loro bambina. (Fonte: Auschwitz Memorial and Exhibition)
Ilse Geuze
Il castello di Hartheim
Questo pezzo è stato pubblicato per la prima volta tre anni fa. Lo ripropongo nuovamente, con qualche aggiunta e, qua e là, qualche piccolo aggiustamento. Lo faccio perché le questioni poste in evidenza in passato sembrano essere ancora perfettamente valide oggi. Forse, paradossalmente, oggi sono ancora più valide di prima, giacché siamo in presenza di inquietanti rigurgiti fascisti che hanno portato il nostro sciagurato Paese ad avere niente meno che un governo fascio-nazista che si rifà apertamente, dopo anni di indottrinamento sulla “memoria condivisa” e sul fatto che l’antifascismo sia soltanto un’opinione tra le tante, senza nemmeno più nascondersi, a tutto ciò che ha a che fare con il ventennio fascista e il dodicennio nazista. Viviamo in un Paese che mai ha fatto i conti col proprio passato e specialmente col fascismo e con le sue origini, vale a dire la Grande Guerra. Viviamo nel Paese in cui un Ministro degli Interni (ma sarà ancora il caso di usare le maiuscole?) ha potuto impunemente (e nell’indifferenza generale) equiparare bellamente le foibe ad Auschwitz. Viviamo, dopo tutto, nel Paese che non riesce a sciogliere Casapound e tutta l’accozzaglia di organizzazioni fasciste che le stanno intorno. Viviamo in Italia, insomma: il Paese dove non manca mai la citazione da Se questo è un uomo, ma manca sempre la constatazione che fu un delatore italiano a far arrestare Primo Levi e i suoi compagni resistenti in mezzo alle montagne e che furono i fascisti a spedirlo a Fossoli, da dove partivano i convogli ferroviari diretti in Germania o, come nel suo caso, ad Auschwitz. Ecco il perché della riproposizione di questo pezzo sull’ennesima incipiente Giornata della Memoria che, ora più che mai, dovrebbe finalmente diventare un’occasione preziosa per ricordare, conoscere, comprendere e diffondere una conoscenza non superficiale di uno dei (molti) periodi bui della storia contemporanea.
Rischia ormai di diventare un superficiale esercizio puramente accademico, quello di svolgere una giornata di commemorazione di quanto accaduto per tanti anni in tutta Europa, ma dovremmo tutti compiere almeno lo sforzo di fare un passo avanti rispetto alla triste realtà sociale e politica che ci circonda. Giova ricordare anche, a solo titolo di esempio, che lo sterminio nazista non fu questione che coinvolse solamente gli ebrei e che molte altre nazioni vi parteciparono attivamente, come (sempre per fare un esempio) l’Italia fascista. È anche nel tentativo di illustrare meglio e approfondire questi fatti, che quest’anno, proprio in occasione della Giornata della Memoria, venerdì 26 gennaio si terrà a Pordenone una conferenza ad indirizzo storico, alla quale parteciperò io stesso come relatore e che sarà valida come corso di formazione per docenti e giornalisti, per parlare dell’occupazione nazista e del ruolo svolto, prima e durante la stessa, dagli italiani a Trieste.
Lo ammetto subito. Non sono mai stato un amante delle giornate intitolate a ricordare qualcosa. Ci sono troppe giornate e troppe persone che si lavano la coscienza grazie al fatto di aver ‘ricordato’ qualcosa in una certa data del calendario. A cosa servono, dunque, le giornate come quella della Memoria istituita il 27 gennaio?
Dovrebbero servire a ricordare, a tenere attiva la memoria. In realtà, è vero tutto ciò? O non è, più che altro, maquillage? Forse sarò controcorrente, non lo so, ma ho sempre di più l’impressione che la Giornata della Memoria sia solo un vuoto esercizio retorico per lavarsi la coscienza e versare la lacrimuccia d’ordinanza sul destino delle vittime dello sterminio nazista. Non riesco a liberarmi dalla sensazione che si ricordi solo ciò che fa comodo ricordare, tralasciando tutto il resto.
Ci si limita sempre di più a sottolineare quanto i tedeschi fossero cattivi, condividendo magari la classica immagine del binario ferroviario all’ingresso del campo di Auschwitz come inderogabile corollario, ma ci si guarda bene dall’approfondire la questione.
Vorrei, dunque, buttare lì qualche domanda alla quale in uno spazio come questo non sarà possibile dare risposta. A volte, però, l’importante è iniziare a farsele, le domande, soprattutto in tema di sterminio nazista e argomenti correlati, perché la memoria non deve essere selettiva. La memoria deve mantenere in vita tutto ciò che può aiutare a chiarire una questione, anche quando si tratta di argomenti scomodi.
Siamo italiani. Perché nessuno ricorda (o, se lo fa, non lo fa con la dovuta insistenza) quanto l’Italia fascista abbia collaborato attivamente allo sterminio e alla persecuzione degli ebrei? Perché nessuno si sforza di ricordare fino in fondo le leggi razziali italiane? Leggi che, giustamente, lo storico Michele Sarfatti (tra i massimi esperti di storia degli ebrei d’Italia e della loro persecuzione) ha proposto di definire per ciò che sono: leggi razziste. Perché nessuno si sforza di elencare le nefandezze di Mussolini e dei suoi collaboratori? Perché, insomma, il ruolo degli italiani non viene mai ricordato, come se esistessero solo i nazisti? Ci si concentra su Primo Levi (quando fa comodo e senza contestualizzarlo in modo corretto, di solito), ma chi fu ad arrestare Levi nel 1943? E ancora: come mai nessuno ricorda che il delatore grazie al quale fu tratto in arresto era italianissimo? E perché, per una volta, non si cominciano a leggere gli altri testi di Levi come, ad esempio, Il sistema periodico, per citarne uno più accessibile di Se questo è un uomo?
Vogliamo poi parlare della ‘celebrazione’ della Giornata della Memoria in un paese come il nostro, in cui non si sono mai fatti i conti col fascismo, con i risultati che sono sotto gli occhi di chiunque non abbia spento completamente il cervello? Si può fare una Giornata della Memoria in una nazione che non conosce nemmeno l’esistenza dei campi di concentramento e internamento fascisti (italiani, dunque, non dei nazisti)? Qualcuno ha mai sentito parlare del campo di Monigo, dove tanti civili hanno trovato la morte tra il 1942 e il 1943? Si trova alle porte di Treviso, chi abita nel nord est come me dovrebbe conoscerlo, ma non è così. Oppure il campo impiantato in terra jugoslava, nell’isola di Arbe dove migliaia di uomini, donne e bambini furono tenuti in tende fatiscenti in pieno inverno, senza medicine né cibo, provocandone spesso e volentieri la morte. Perché nessuno lo ricorda, sottolineando che era un campo italiano e non nazista?
Giornata della Memoria, ma a corrente alternata. L’elenco sarebbe pressoché infinito, ma qualcosa va pur detto. I crimini italiani, fascisti, in Jugoslavia, ad esempio. Perché nessuno ricorda l’invasione (senza dichiarazione di guerra) della Jugoslavia, nel 1941, dell’esercito italiano al fianco di quello nazista? Perché non si ricordano i paesi incendiati (con o senza persone dentro, indifferentemente), le deportazioni, i processi sommari, la trasformazione di Lubiana in un lager a cielo aperto nel corso di una notte? Perché non si ricorda la pulizia etnica attuata dal Regio Esercito tra il 1941 e il 1943 in queste terre? Tutto ad opera degli italiani. Perché i cattivi sono sempre e solo i nazisti? Non parliamo poi del colonialismo italiano in Africa, terreno sperimentale per le leggi di razziste contro gli ebrei. Qualcuno sa che la strage di copti di Debrà Libanos è stata la più grande ad aver coinvolto dei cristiani nel XX secolo e fu messa in atto dagli italiani? Nessuno li ricorda più, i copti di Debrà Libanos, forse perché la loro pelle era nera anziché bianca. Ma proseguiamo pure a dire che i cattivi erano solamente i nazisti.
Vogliamo parlare della Risiera di San Sabba, a Trieste? E via con la stanza degli orrori nazisti. Ma a Trieste e in tutto l’Adriatisches Künstenland (la Zona Operazioni Litorale Adriatico) c’erano anche gli italiani della RSI, che si prodigarono in tutti i modi per aiutare i nazisti a dare la caccia agli ebrei e agli oppositori politici, spedendoli in Risiera (accertandosi prima di averli derubati e percossi). Perché nessuno parla del ruolo della polizia italiana di Trieste nella persecuzione e deportazione degli ebrei e degli oppositori della città che gli italiani desideravano possedere fin dalla Grande Guerra? Perché nessuno parla dei collaborazionisti italiani (alcuni anche ebrei, purtroppo) che aiutarono le SS di Odilo Globocnik, il responsabile della polizia nazista e delle stesse SS di Trieste? Che dire, ad esempio, del ruolo svolto dal questore e dal prefetto di nomina fascista durante l’occupazione nazista di Trieste? E che dire della parzialità inquietante che ha caratterizzato lo svolgimento del processo (ovviamente intentato contro i soli nazisti) negli anni Sessanta del Novecento per perseguire i crimini messi in atto in Risiera? Per chi fosse interessato a questi temi rimando, oltre ai saggi storici propriamente detti, anche al mio La scomparsa di Luciano Engelmann, che approfondisce con gli strumenti del romanzo storico proprio il periodo dell’occupazione nazista di Trieste (ma anche la sua storia novecentesca precedente). Il libro, del quale si parlerà anche durante una conferenza sui temi del periodo fascista e nazista a Trieste che si terrà venerdì 26 gennaio presso la Casa del Popolo di Pordenone, contiene anche una postfazione ad opera dello storico Daniele Ceschin, che contestualizza ulteriormente proprio la trasformazione della Risiera in lager, l’occupazione nazista e il ruolo dei fascisti.
Insomma, ce ne sarebbero di argomenti, compreso il fatto che ancora oggi abbiamo una politica che esalta il fascismo in continuazione, in tutto l’arco parlamentare, a partire dalla zona più destrorsa fino a quella ormai ex sinistrorsa e trasformatasi da molto tempo in una copia carbone di quella destrorsa. Ma, ovviamente, è più comodo sostenere che i cattivi sono stati sempre e solo i nazisti. Gli italiani, in fondo, erano brava gente e, se hanno partecipato in qualche modo, è stato certamente per sbaglio.
Infine, prima di chiudere, vorrei spendere due parole su Schindler’s List, il celeberrimo film di Steven Spielberg che ogni anno viene riproposto in televisione e che sembra diventato anch’esso un accessorio irrinunciabile della Giornata della Memoria, insieme alla lacrima d’ordinanza da versare a comando. Tralasciamo quanto il riproporlo associandolo alla Giornata della Memoria contribuisca a banalizzare il film. Vorrei, invece, porre qualche domanda, pur essendo consapevole di non poter fornire qui le risposte, ancora una volta. Qualcuno si è mai accorto del ruolo, più o meno previsto, che il film ha svolto nella banalizzazione di Auschwitz a cui siamo giunti? Auschwitz è diventato una specie di marchio, ormai, per indicare un sinonimo di nazismo e anche per raccattare facili successi commerciali, ad esempio con operazioni editoriali oscene nelle quali compare la parola ‘Auschwitz’ nel titolo di un libro e, allo stesso tempo, si truffano i lettori spacciando per storie vere le fantasie e le distorsioni storiche dell’autore. Nessuno si prende la briga di approfondire. Alcune di queste osservazioni le fece, ancora una volta, Michele Sarfatti molti anni fa ormai. Qualcuno ha osservato, ad esempio, che Auschwitz è stato aperto nel 1940, mentre Hitler è arrivato alla carica di Cancelliere nel lontano 1933? Qualcuno si è chiesto cosa sia accaduto durante quei sette lunghi anni? Qualcuno ha osservato che, almeno all’inizio, Auschwitz non era un campo di sterminio di massa e, almeno fino al 1942, era possibile essere rilasciati dal campo? Questo non significa che Auschwitz non fosse un campo dove si moriva in grande quantità e non significa nemmeno che non fosse fin dalle origini un abominio, ma è importante conoscere i dettagli della questione. Quanti conoscono la storia dei campi nazisti, a partire dal lontano 1933, e conoscono l’uso dello strumento legale (o meglio, extra legale) della custodia preventiva che ne ha consentito la diffusione? I politici moderni hanno tentato e tentano di continuo di riproporla in tutte le salse possibili, perché è una misura di polizia, al di fuori della legge, che piace tanto a tutti i partiti politici.
Ma torniamo per un momento ancora al film. Spielberg ha mostrato solamente la parte di storia funzionale al suo film, com’era ovvio, ma nessuno si è preoccupato di sottolineare che la storia della Germania nazista non comincia d’un colpo, con Auschwitz, e che non ci si può limitare in nessun caso a sostenere che la parola ‘Auschwitz’ spieghi tutto. Se proprio bisogna celebrare questa Giornata della Memoria (ma tra un paio di settimane inizierà l’inevitabile coro del: ‘Ma allora le foibe?’ che uscirà dalla solita cloaca fascista), almeno facciamo lo sforzo di viverlo con un minimo di consapevolezza, magari guardando il film di Spielberg con maggiore attenzione, e indirizzandoci ad approfondire tutta la nostra storia e non solo quella che più ci fa comodo. Se essa continua a ripetersi, è anche perché sempre meno persone si interessano a conoscerla fino in fondo.
Piccola bibliografia, da intendersi in modo assolutamente non esauriente:
Nel 1977, dopo un disco-capolavoro come Wish you were here, i Pink Floyd fanno uscire Animals. Non è quasi mai tra i loro dischi più citati, eppure è un altro capolavoro, seppure completamente diverso dal precedente. A spadroneggiare, dal punto di vista contenutistico, sono le oscure visioni ossessive di Roger Waters, colui che, nonostante negli ultimi anni sembri aver guadagnato una montagna di detrattori, è sicuramente la fonte principale d’ispirazione e composizione degli anni d’oro del gruppo inglese. Ciò che lo rende un capolavoro non è semplicemente il fatto che tutto ciò che i Pink Floyd hanno prodotto negli anni con Waters è di qualità altissima. Qui, in questo disco, avviene un piccolo miracolo (forse riuscito ancora meglio che nel mitico The Wall): la vena polemica-politica-visionaria-poetica-ossessiva-oscura di Waters incontra, creando un equilibrio di grande impatto, l’influenza degli altri tre membri del gruppo, la cui impronta si sente tutta, specie nella versione ripubblicata lo scorso anno, che le conferisce una nuova brillantezza mai sentita prima. In questo modo, i quattro del gruppo inglese evitano di cadere in ciò che diventerà la loro pur notevole e rinomata carriera solista (parlo specialmente di Waters e Gilmour): musica di alta qualità, ma con un eccesso di peso sui testi per Waters, e con una vena bucolica ma piuttosto superficiale nei testi della Samson, per Gilmour.
In Animals, invece, si verifica la congiunzione astrale giusta per avere un Waters in stato di grazia, quanto a ispirazione poetica-visionaria unito al trio Gilmour-Wright-Mason in stato di grazia musicale. Ascoltare la versione del disco dello scorso anno per credere. Gli assoli di Gilmour (ma anche molte parti ritmiche) sono da pelle d’oca, gli interventi di Wright sono notevoli in tutti i sensi (con buona pace del luogo comune secondo il quale, in quel disco, non avrebbe dato pressoché alcun contributo) e la batteria di Mason, che mette insieme brillantemente il tutto, è esattamente ciò che ci vuole in quel contesto.
Bisognerebbe, poi, spendere un fiume di parole per descrivere i testi di Waters, a metà tra poesia, vena polemica e politica alle stelle e un approccio visionario dalle tinte oscure e graffianti. I testi di Animals possono competere tranquillamente con le atmosfere cupe e ossessive di The Wall. Forse si può dire che Animals rappresenta una lunga storia dell’orrore sulla politica e la società, mentre The Wall è qualcosa di simile, ma su scala più privata e intima, pur non mancando completamente tutto il resto.
Racchiusi come da una cornice costituita dalle due parti di Pigs on the wing (ne esiste una versione rintracciabile su YouTube, contenente un assolo di Snowy White. È piuttosto straniante, considerato lo stile totalmente diverso da quello di Gilmour, ma è molto interessante), breve ballata acustica che stempera un po’ la tensione altrimenti palpabile del resto del disco, ci sono tre brani che costituiscono tre perle, a mezza via tra il rock, la psichedelia, qualche tendenza punk e il contrappunto perfetto ai testi claustrofobici di Waters: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep.
La prima è una descrizione graffiante e corrosiva, quando non cupa all’ennesima potenza, dei cani, ovvero coloro che sono, in un certo senso, i rappresentanti in carne ed ossa di una sorta di massima che potrebbe essere questa: l’ordine legale ha bisogno di esecutori. I cani sono coloro che fanno il lavoro sporco, mandando avanti una società votata all’autodistruzione, in un circolo vizioso di violenza e sopraffazione infinite. I cani, infatti, non fanno una bella fine, in Animals (tra l’altro i cani tornano in scena anche in Sheep, in modo piuttosto inquietante).
Con Pigs (Three Different Ones), si passa al ritratto di coloro che comandano e “posseggono” la società. Si potrebbero, forse, togliere le virgolette, visto che si tratta di un vero e proprio possesso economico, a danno di tutti gli altri. Non è un caso che Waters abbia associato questo brano alle immagini di diversi dei cosiddetti “potenti” della Terra, Trump in primis (en passant, faccio notare che, durante l’ultimo tour mondiale, compare, proprio di fianco a Trump, anche Putin, a un certo punto del concerto, in un’immagine dove i due vengono messi sullo stesso piano).
È però, forse, con Sheep che la visione allucinata e allucinante della società e della politica di Waters, raggiunge il culmine parossistico. Musicalmente è un brano di rock duro e puro, con accenti quasi punk, a tratti. La voce di Waters grida letteralmente nel microfono, scagliandosi frontalmente contro le pecore che se ne stanno tranquille sull’erba, inconsapevoli di tutto, a fingere che vada tutto bene. What do you get for pretendig the danger’s not real? Cosa ottieni per fingere che il pericolo non sia reale? Le pecore, però, dopo un’immersione, a metà tra lo straniante e il terrificante, in un brano biblico rimaneggiato da Waters, durante il quale appare chiaro che le cose stanno prendendo una brutta piega, si ribellano all’improvviso e, belando in uno stato di quasi-allucinazione, aggrediscono i cani, uccidendoli e spazzando via l’ordine sociale di cui sono i custodi. È la fine, dunque? Tutto si compie e il cerchio si chiude? No. Chi conosce i testi di Waters lo sa di sicuro: Waters ha messo in scena due parabole, due storie con finali ciclici, che ricominciano daccapo inesorabilmente non appena giungono alla conclusione. Sono Animals e The Wall. Nel primo, subito dopo aver tolto di mezzo i cani e le loro regole, le pecore stabiliscono il loro regno, che sarà un altro regno del terrore. You better stay home and do as you’re told / Get out of the road if you wanna grow old. Ti conviene stare a casa e fare ciò che ti viene detto/ Togliti di mezzo se vuoi invecchiare. Si potrebbe citare (ma cronologicamente viene ben dopo Animals) il filosofo francese Jacques Derrida, il quale nel 2001 spiegava come la caratteristica fondamentale dello Stato (qualunque forma politica assuma) è una zona d’ombra in cui lo Stato stesso, per vedere riconosciuta la propria autorità, deve mantenere in vita una zona oscura in cui esercita il potere (e quindi anche la violenza) senza che essa possa essere sanzionata in alcun modo. Un esercizio della sovranità (ovvero della pena di morte, intesa in senso ampio e non solo letterale, come Derrida spiegava) impossibile da sanzionare, che viene consentito e definito dalla stessa legge. Non posso dilungarmi qui su questo argomento, che richiederebbe molto e molto spazio, ma in Sheep Waters (probabilmente senza rendersene conto) descrive esattamente il paradosso evidenziato da Derrida: ogni volta che una rivoluzione porta sulla scena un nuovo ordine, esso deve fare ricorso alla sovranità del potere (e quindi alla pena di morte) ritagliandosi un contesto, più o meno ampio, in cui questo ricorso possa avvenire per legge, ma al di fuori della legge stessa, senza poter essere sanzionato. È, né più e né meno, ciò che fanno le pecore quando instaurano il loro ordine sociale, dopo aver eliminato i cani. Minacciano di morte (l’esercizio del potere) chiunque non si conformi alla loro volontà, ma senza poter essere sanzionate per questo, poiché ora loro sono lo Stato. Non vengono offerte soluzioni, né a questo oscuro paradosso, né a tutto il resto, ma il compito di una grande opera non è tanto quello di fornire risposte, quanto quello di generare domande. In questo, non si può dire che Waters abbia qualcosa da imparare da chicchessia.
Ascoltate, dunque, questo capolavoro musicale e testuale, con orecchie nuove e, mi verrebbe da dire, con occhi nuovi, soprattutto dopo aver messo le mani sull’ultima versione disponibile, quella lungamente attesa e uscita nel 2022.
Due parole soltanto, per una breve poesia. In Italia quella dei morti sul lavoro è una malattia sostanzialmente insanabile a causa di pesantissime responsabilità politiche e di un livello culturale indegno di una nazione civile. Si tratta di una piaga di dimensioni ormai epidemiche che coinvolge perfino i ragazzi nella cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, abominevole espressione coniata per nascondere l’ennesimo modo per sfruttare tutto e tutti a soli fini di profitto.
Il testo qui sotto è una mia piccola poesia, contenuta nel mio libro di poesie uscito in questi giorni, dedicata proprio a chi, ragazzo, si ritrova in un baleno nella tomba, senza poter più andare a scuola. Come spesso accade (ma non dovrebbe), tocca allo scrittore o al poeta (generalmente inascoltato) dire qualche parola, che si perde poi inesorabilmente nel vento, anche su questi temi.
“Tremante luce dei miei occhi – Poesie cosmiche e terrestri” è una raccolta di poesie nata in modo piuttosto strano, ma procediamo con ordine. Anzi, cominciamo dalla fine.
A chi è adatto in modo particolare questo volume? Sicuramente a chi ha letto (e apprezzato) uno dei miei libri precedenti e cioè “Io non esisto. Note al margine di una dipendenza affettiva”. Chi ne ha fatto esperienza troverà temi, rimandi e punti di vista ulteriori non solo su quegli argomenti, ma anche su molto di ciò che ha a che fare con la mente e i suoi labirinti, a volte inestricabili (nelle immagini qui sotto c’è anche indicata la sinossi che compare nel libro stesso). È certamente un libro adatto anche per chi vuole leggere letteratura scritta con cuore e impegno. Chiaramente, è un titolo adatto anche a chiunque sia naturalmente curioso ma, si sa, la poesia ormai, al giorno d’oggi, nasce perdente prima ancora di andare in stampa.
Due parole, infine, sulla genesi di questo libro (ma notizie più precise sono contenute nel volume stesso). Si tratta di un libro nato quasi per caso, dopo aver svolto una (imprevista) lezione di poesia in due classi quarte della scuola Piranesi di Mogliano Veneto. Ho riscontrato un entusiasmo impensato verso la poesia da parte dei bambini, che hanno partecipato con brio anche agli esperimenti di scrittura poetica contenuti nella mia lezione. È stato così, anche grazie al brillante suggerimento di mia figlia Maddalena, che ho ripreso (dopo anni) a scrivere poesie ed è nato questo libro, dopo molti mesi di delusioni molto forti sul ramo dei miei romanzi precedenti e su quello del rapporto con gli editori (non mi dilungo, perché in questa sede la cosa non è appropriata). Non nascondo che gli ultimi due-tre mesi sono stati estremamente difficili per me, eccezion fatta per la soddisfazione di aver portato avanti gli incontri di scrittura creativa nelle scuole Piranesi e Valeri di Mogliano Veneto. Non nascondo nemmeno che la decisione di realizzare questo libro contro tutto e contro tutti (c’era anche un editore che voleva pubblicarlo, ma poi ha cambiato idea all’avvio dell’impaginazione, per mere questioni economiche e non di valore letterario) è stata molto sofferta e non è determinata dalla prospettiva di guadagnare lettori, poiché la poesia è ormai in via di estinzione sia tra gli autori sia tra gli editori, ma dalla volontà di non buttare completamente al vento l’impegno di aver scritto queste poesie.
Questa la sinossi (che compare anche nel libro stesso in quarta di copertina) per chi volesse avere le idee più chiare:
Il fascino del Cosmo raffrontato con la capacità umana di comprenderne molti dei meccanismi di funzionamento si unisce all’indagine delle emozioni vissute nella vita di quotidiana. Il dolore, il trauma, la ricerca di un equilibrio psicologico, l’amore e la possibilità di descrivere tutto ciò in parole poetiche. Questi sono i temi portanti della raccolta poetica Tremante luce dei miei occhi e questo il significato del sottotitolo Poesie cosmiche e terrestri. Si tratta di un viaggio nelle molteplici forme che la scrittura poetica può assumere, senza mai divenire incomprensibile per il lettore. Allacciate le cinture e lasciatevi guidare dalla poesia in un percorso nell’intimo dell’animo umano, passando attraverso le meraviglie dell’Universo.
Ecco, dunque, il link dove si può trovare questo piccolo nuovo libro, anche in formato ebook:
Come indicato precedentemente, compariranno su questo sito, a cadenza rigorosamente irregolare, alcuni frammenti, sparsi qua e là. Si tratta di testi di lunghezza (anch’essa) rigorosamente irregolare, da poche brevi frasi, quasi a comporre delle poesie in prosa, fino a testi più lunghi. Sono riflessioni, considerazioni varie ed eventuali, a volte di carattere episodico, a volte più articolato. Essendo questo sito un mio spazio personale, ho deciso di aggiungervi questi testi privi di una definizione precisa, accompagnati, a volte, da un’immagine. Qui il frammento numero 1.
Deve pur esserci qualcosa, oltre l’orizzonte. Deve pur esserci qualcosa, che io non vedo. Deve, ma il mio sguardo non può afferrarne la forma.
Scrivo, per combattere il buio. Non il buio che regna, là fuori, a quest’ora (sono le nove passate, di sera), e che mi trasmette protezione. Tento di combattere il buio strapiombante di un oscuro color porpora, livido, che mi invade la mente e l’anima.
L’anima, questa entità inventata per darci un contegno di fronte al nulla che furoreggia dentro e, spesso, anche fuori di noi. L’anima che, se esistesse e fosse chiamata a pronunciar parola, direbbe: “Luce! Voglio luce!”
Ma essa non esiste ed è così che la battaglia si fa impari. Le tenebre sono troppo estese, per poterle restringere; il sangue troppo dilagante dalla ferita, per poterlo contenere. Ogni cosa si tinge di nero e rosso. Un rosso cupo e denso, che si appiccica addosso più del nero e non va più via.
I colori del trauma inestirpabile sono sempre gli stessi e non si stemperano mai. Certamente, non finché esso rimane privo di sbocco. Non fintanto che nessuno lo ascolta sul serio, fino in fondo.
Fino in fondo. Un’espressione terrificante, che sta a designare il dolore vissuto da una mente impossibilitata a trovare una via di comunicazione con chiunque si trovi al di fuori di essa. Questo è il significato di “fino in fondo”.
Fino in fondo al nero e al rosso, parimenti oscuri e non negoziabili. Due colori gettati lì da qualcuno, molto tempo fa. Distrattamente. Come una cosa perfettamente naturale.
Un silenzio può durare per sempre? Sì, può. Un silenzio può uccidere chirurgicamente? Sì, può. Un silenzio può essere l’arma più distruttiva sulla faccia della terra greve che ci circonda? Sì, può.
Deve pur esserci qualcosa, oltre l’orizzonte. Forse, dopo tutto, qualcosa c’è, in effetti: è il sole dietro le sbarre. Un sole costretto, come tutti, entro un ciclo di vita predefinito, dal quale non gli è concesso sgattaiolare via.
Il sole dietro le sbarre di una mente in apnea, alla ricerca di un contatto umano impossibile da individuare. L’umanità è un’illusione ottica e, forse, nemmeno questo. Il sole dietro le sbarre emette un ghigno beffardo. Credi ancora che qualcuno dotato di nome e cognome ti parlerà? — mi chiede. Domanda senza risposta.
Deve pur esserci qualcosa, oltre l’orizzonte, ma temo di sapere di cosa si tratta. La penna mi cade di mano, insieme alle parole per esprimere ciò che la mia mente sta pensando. Una sola parola, in realtà, che mi è stato vietato pronunciare. Non sta bene, dicono. Inutile sforzarsi di raccogliere la penna e la parola. Domani sarà un nuovo giorno. Forse.
Deve pur esserci qualcosa, oltre l’orizzonte. Deve pur esserci qualcosa di umano, dentro la parola impronunciabile… Un buco nero capace di inghiottire qualsiasi cosa e dal quale nemmeno la luce può fuoriuscire. Ecco cosa c’è, al di là del buio e al di là della parola.
Eppure, una voce sempre più lontana, che ormai si è spostata verso il rosso e sta per scomparire al di là dell’orizzonte dell’Universo visibile, mi sussurra, flebile: “Deve pur esserci qualcosa, oltre l’orizzonte…” Forse…
Qualche anno fa ho scritto un romanzo, intitolato “La crepa”, ora fuori catalogo, incentrato sul contesto distopico di una Germania nazista vincente nella seconda guerra mondiale. Si trattava di un romanzo non di fantascienza, ma che si sforzava di mettere in scena un Quarto Reich il più possibile realistico e fondato sui veri episodi della storia tedesca ed europea del Novecento. Eh, ma è la fantasia sfrenata di uno che ama scrivere, penserà qualcuno. Come no.
Vediamo allora, oggi, come stanno le cose e domandiamoci qual è il contesto più distopico: il mio Quarto Reich romanzesco oppure la società nella quale viviamo attualmente?
Ecco alcuni tratti salienti di quest’ultima, riassunti per una più comoda comprensione.
1. Rivalutare fascisti e nazisti: fatto 2. Inserire in posizioni chiave del governo persone entusiaste e orgogliose dei vent’anni mussoliniani e del dodicennio del Terzo Reich: fatto 3. Equiparare pubblicamente le foibe ad Auschwitz (mi sono occupato altrove della banalizzazione dello slogan “Auschwitz”, passando per l’abominio del famoso romanzo “Il tatuatore di Auschwitz”): fatto 4. Scomparsa di qualsiasi forma di rappresentanza comunista dal Parlamento (paura, eh, che bussino alla porta per mangiare i vostri bambini). Per inciso, questa scomparsa era uno dei sogni di Hitler: fatto 5. Sviluppo di una cosiddetta sinistra che è una fotocopia della peggior destra: fatto 6. Assistere impassibili alla strage di lavoratori e di ragazzi che muoiono nei cantieri in nero o nell’abominevole alternanza scuola-lavoro: fatto 7. Eleggere gli evasori fiscali a eroi che ci guadagnano sempre, anche quando vengono multati, mentre i poveri comuni mortali pagano il conto: fatto 8. Abbattere a suon di bombardamenti a tappeto qualsiasi cosa abbia anche il vago sapore di cultura e di scuola: fatto 9. Sviluppare città con 5-6 supermercati e 7-8 banche per una, senza la presenza di una libreria seria entro almeno 7-8 km (ogni riferimento a Mogliano Veneto e al nord-est italiano è puramente casuale): fatto 10. Capitalismo selvaggio che provoca dissesto ambientale, predazione delle risorse, crisi idriche, condizioni di vita sempre più precarie e guerre: fatto
Potrei andare avanti, ma mi fermo al punto dieci, in una sorta di ideale decalogo (incompleto) sul quale riflettere: qualcuno vuole ancora farsi avanti a sostenere che il Quarto Reich del mio romanzo era troppo distopico?
Infine, giusto per chiarire il concetto, essere contro (frontalmente, nel mio caso) un sistema, non significa non avere idee propositive. Lo stesso essere contro significa essere a favore di un sistema migliore. Uno, ad esempio, dove non occorra andare in una città a chilometri di distanza per trovare una libreria o dove non si debbano trovare amministratori virati al nero in ogni dove. O magari uno dove i ragazzi possano recarsi a scuola in pace per studiare, senza essere schiacciati da una gru o da qualche carico imprudentemente manovrato, in barba alle più elementari norme di sicurezza, nell’alternanza scuola-lavoro. A proposito, l’ho già detto che l’espressione alternanza scuola-lavoro non è il suo vero nome, che è SFRUTTAMENTO?
Nel corso di quest’anno scolastico ho organizzato due laboratori di scrittura creativa per tre classi quarte di scuola primaria, distribuite in due diversi istituti della mia città. Questa attività ha caratterizzato una parte importante dell’anno scolastico, iniziando a ottobre-novembre con la lettura del mio libro per bambini Hanno rapito uno scoiattolo! Un’indagine per Babbo Natale, cui è seguito un incontro-intervista in dicembre, con ciascuna classe. Poi, con l’arrivo del nuovo anno, abbiamo dato inizio al laboratorio di scrittura creativa vero e proprio. Si è trattato di un’attività suddivisa in sei incontri per un istituto e in quattro per l’altro, a seconda delle relative disponibilità di tempo e delle richieste degli insegnanti.
Il laboratorio era mirato allo scopo generale di condurre i bambini a creare una storia inventata da loro stessi, sulla base di un incipit fornito da me come punto di partenza per l’elaborazione del testo. Dopo aver fornito alcune spiegazioni e illustrato qualche “trucco dello scrittore”, siamo partiti con l’attività di creazione delle storie da parte dei bambini, divisi a coppie, fino ad arrivare a un incontro conclusivo dedicato in modo approfondito a come si scrive il finale di una storia.
Questa esperienza, da poco conclusa, mi induce a una prima conclusione generale: ho ricevuto molta più soddisfazione dai bambini, che dagli adulti. I bambini non risultano essere ancora vittime dei vari pregiudizi che, con grande frequenza, caratterizzano – ahimè – il mondo degli adulti. Per un bambino non ha alcuna importanza che ci sia un grosso editore in ballo oppure no; per un bambino non ha alcuna importanza che io sia famoso oppure no. Un bambino legge, ascolta e dice ciò che pensa. Se ha apprezzato una storia, lo dice senza porre in mezzo altre questioni, che disturbano una possibile valutazione dell’esperienza. Tutto ciò, devo dirlo, raramente contraddistingue il mondo degli adulti ed è un peccato.
Detto ciò, anche il laboratorio di scrittura si è rivelato un’esperienza interessante, innanzitutto per via della sfida nel riuscire a spiegare a dei bambini dei concetti che a me possono apparire chiari e limpidi ma che, per loro, a volte non lo sono, rendendo necessarie varie modifiche, rimodulazioni e ulteriori chiarimenti per far loro arrivare ciò che avevo in testa. Inoltre, è sempre un piacere constatare come un incipit comune a ben tre classi abbia prodotto una trentina di storie molto diverse tra loro e tutte sorprendenti per le trovate che ci sono finite dentro (dagli omini fatti di pan di zenzero agli assassini in agguato dietro l’angolo, passando per gli alieni in viaggio nello spazio).
Dal punto di vista tecnico, ho puntato molto, insieme agli insegnanti, sull’idea di fornire ai bambini degli strumenti che consentissero loro di non limitarsi a storie e descrizioni di poche righe. Mi sono sforzato, così, di trasmettere loro degli ingredienti per formare paragoni più ricchi (usando, ad esempio, i colori, il tempo atmosferico, la luce oppure i ricordi); ho ricordato di aggiungere sempre le sensazioni e i sentimenti provati da un personaggio quando compie un’azione, oppure quale tipo di sensazione dovrebbe provocare il suo aspetto nel lettore. Infine, una particolare attenzione ho voluto dedicarla ad evitare il rischio (molto comune) di creare dei finali banali e troppo brevi.
Tutta questa attività, insomma, è stata pensata con l’obiettivo, nel mio piccolo, di cercare di ovviare alla carenza che io ho sempre avvertito durante tutta la mia esperienza scolastica: a noi, da studenti, è sempre stato detto di scrivere, di descrivere, di esprimerci, ma senza mai fornirci alcuno strumento tecnico per farlo, quasi la scrittura fosse un elemento innato in qualsiasi persona, che era ovvio saper padroneggiare. Senza contare quanto spesso, specie nei gradi scolastici superiori alle elementari (pardon, primaria, come si usa dire oggi), si uccida nella culla ogni velleità di scrittura, nei ragazzi, attraverso titoli e argomenti sganciati completamente (o quasi) dalla loro vita e dai loro interessi.
Ecco, chiudo queste poche righe dedicate ad un’attività molto interessante (ma che non penso avrà un seguito particolare) dicendo che è stato bello e interessante svolgerla durante questi mesi. Ci vorrebbero più scrittori in grado di cogliere la sfida di entrare nelle scuole e ci vorrebbe una scuola meno emergenziale, che fosse in grado di trasformare quei pochi autori disposti ad entrarci volentieri (tra i quali ritengo di annoverarmi, un gruppo in via di estinzione) in una risorsa da valorizzare.
E, ovviamente, ringrazio gli insegnanti e i bambini che mi hanno ospitato nelle loro classi per questo strano viaggio dentro la creazione di una storia!
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