Animals dei Pink Floyd – un disco stellare, spesso sottovalutato

Nel 1977, dopo un disco-capolavoro come Wish you were here, i Pink Floyd fanno uscire Animals. Non è quasi mai tra i loro dischi più citati, eppure è un altro capolavoro, seppure completamente diverso dal precedente. A spadroneggiare, dal punto di vista contenutistico, sono le oscure visioni ossessive di Roger Waters, colui che, nonostante negli ultimi anni sembri aver guadagnato una montagna di detrattori, è sicuramente la fonte principale d’ispirazione e composizione degli anni d’oro del gruppo inglese. Ciò che lo rende un capolavoro non è semplicemente il fatto che tutto ciò che i Pink Floyd hanno prodotto negli anni con Waters è di qualità altissima. Qui, in questo disco, avviene un piccolo miracolo (forse riuscito ancora meglio che nel mitico The Wall): la vena polemica-politica-visionaria-poetica-ossessiva-oscura di Waters incontra, creando un equilibrio di grande impatto, l’influenza degli altri tre membri del gruppo, la cui impronta si sente tutta, specie nella versione ripubblicata lo scorso anno, che le conferisce una nuova brillantezza mai sentita prima. In questo modo, i quattro del gruppo inglese evitano di cadere in ciò che diventerà la loro pur notevole e rinomata carriera solista (parlo specialmente di Waters e Gilmour): musica di alta qualità, ma con un eccesso di peso sui testi per Waters, e con una vena bucolica ma piuttosto superficiale nei testi della Samson, per Gilmour.

In Animals, invece, si verifica la congiunzione astrale giusta per avere un Waters in stato di grazia, quanto a ispirazione poetica-visionaria unito al trio Gilmour-Wright-Mason in stato di grazia musicale. Ascoltare la versione del disco dello scorso anno per credere. Gli assoli di Gilmour (ma anche molte parti ritmiche) sono da pelle d’oca, gli interventi di Wright sono notevoli in tutti i sensi (con buona pace del luogo comune secondo il quale, in quel disco, non avrebbe dato pressoché alcun contributo) e la batteria di Mason, che mette insieme brillantemente il tutto, è esattamente ciò che ci vuole in quel contesto.

Bisognerebbe, poi, spendere un fiume di parole per descrivere i testi di Waters, a metà tra poesia, vena polemica e politica alle stelle e un approccio visionario dalle tinte oscure e graffianti. I testi di Animals possono competere tranquillamente con le atmosfere cupe e ossessive di The Wall. Forse si può dire che Animals rappresenta una lunga storia dell’orrore sulla politica e la società, mentre The Wall è qualcosa di simile, ma su scala più privata e intima, pur non mancando completamente tutto il resto.

Racchiusi come da una cornice costituita dalle due parti di Pigs on the wing (ne esiste una versione rintracciabile su YouTube, contenente un assolo di Snowy White. È piuttosto straniante, considerato lo stile totalmente diverso da quello di Gilmour, ma è molto interessante), breve ballata acustica che stempera un po’ la tensione altrimenti palpabile del resto del disco, ci sono tre brani che costituiscono tre perle, a mezza via tra il rock, la psichedelia, qualche tendenza punk e il contrappunto perfetto ai testi claustrofobici di Waters: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep.

La prima è una descrizione graffiante e corrosiva, quando non cupa all’ennesima potenza, dei cani, ovvero coloro che sono, in un certo senso, i rappresentanti in carne ed ossa di una sorta di massima che potrebbe essere questa: l’ordine legale ha bisogno di esecutori. I cani sono coloro che fanno il lavoro sporco, mandando avanti una società votata all’autodistruzione, in un circolo vizioso di violenza e sopraffazione infinite. I cani, infatti, non fanno una bella fine, in Animals (tra l’altro i cani tornano in scena anche in Sheep, in modo piuttosto inquietante).

Con Pigs (Three Different Ones), si passa al ritratto di coloro che comandano e “posseggono” la società. Si potrebbero, forse, togliere le virgolette, visto che si tratta di un vero e proprio possesso economico, a danno di tutti gli altri. Non è un caso che Waters abbia associato questo brano alle immagini di diversi dei cosiddetti “potenti” della Terra, Trump in primis (en passant, faccio notare che, durante l’ultimo tour mondiale, compare, proprio di fianco a Trump, anche Putin, a un certo punto del concerto, in un’immagine dove i due vengono messi sullo stesso piano).

È però, forse, con Sheep che la visione allucinata e allucinante della società e della politica di Waters, raggiunge il culmine parossistico. Musicalmente è un brano di rock duro e puro, con accenti quasi punk, a tratti. La voce di Waters grida letteralmente nel microfono, scagliandosi frontalmente contro le pecore che se ne stanno tranquille sull’erba, inconsapevoli di tutto, a fingere che vada tutto bene. What do you get for pretendig the danger’s not real? Cosa ottieni per fingere che il pericolo non sia reale? Le pecore, però, dopo un’immersione, a metà tra lo straniante e il terrificante, in un brano biblico rimaneggiato da Waters, durante il quale appare chiaro che le cose stanno prendendo una brutta piega, si ribellano all’improvviso e, belando in uno stato di quasi-allucinazione, aggrediscono i cani, uccidendoli e spazzando via l’ordine sociale di cui sono i custodi. È la fine, dunque? Tutto si compie e il cerchio si chiude? No. Chi conosce i testi di Waters lo sa di sicuro: Waters ha messo in scena due parabole, due storie con finali ciclici, che ricominciano daccapo inesorabilmente non appena giungono alla conclusione. Sono Animals e The Wall. Nel primo, subito dopo aver tolto di mezzo i cani e le loro regole, le pecore stabiliscono il loro regno, che sarà un altro regno del terrore. You better stay home and do as you’re told / Get out of the road if you wanna grow old. Ti conviene stare a casa e fare ciò che ti viene detto/ Togliti di mezzo se vuoi invecchiare. Si potrebbe citare (ma cronologicamente viene ben dopo Animals) il filosofo francese Jacques Derrida, il quale nel 2001 spiegava come la caratteristica fondamentale dello Stato (qualunque forma politica assuma) è una zona d’ombra in cui lo Stato stesso, per vedere riconosciuta la propria autorità, deve mantenere in vita una zona oscura in cui esercita il potere (e quindi anche la violenza) senza che essa possa essere sanzionata in alcun modo. Un esercizio della sovranità (ovvero della pena di morte, intesa in senso ampio e non solo letterale, come Derrida spiegava) impossibile da sanzionare, che viene consentito e definito dalla stessa legge. Non posso dilungarmi qui su questo argomento, che richiederebbe molto e molto spazio, ma in Sheep Waters (probabilmente senza rendersene conto) descrive esattamente il paradosso evidenziato da Derrida: ogni volta che una rivoluzione porta sulla scena un nuovo ordine, esso deve fare ricorso alla sovranità del potere (e quindi alla pena di morte) ritagliandosi un contesto, più o meno ampio, in cui questo ricorso possa avvenire per legge, ma al di fuori della legge stessa, senza poter essere sanzionato. È, né più e né meno, ciò che fanno le pecore quando instaurano il loro ordine sociale, dopo aver eliminato i cani. Minacciano di morte (l’esercizio del potere) chiunque non si conformi alla loro volontà, ma senza poter essere sanzionate per questo, poiché ora loro sono lo Stato. Non vengono offerte soluzioni, né a questo oscuro paradosso, né a tutto il resto, ma il compito di una grande opera non è tanto quello di fornire risposte, quanto quello di generare domande. In questo, non si può dire che Waters abbia qualcosa da imparare da chicchessia.

Ascoltate, dunque, questo capolavoro musicale e testuale, con orecchie nuove e, mi verrebbe da dire, con occhi nuovi, soprattutto dopo aver messo le mani sull’ultima versione disponibile, quella lungamente attesa e uscita nel 2022.

Pubblicato da gchiarol

Autore di romanzi e racconti

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